L’intollerabile perfezione degli Antichi Maestri

I cosiddetti Antichi Maestri hanno sempre servito soltanto lo Stato o la Chiesa, che in fin dei conti è la stessa cosa, un imperatore o un papa, un duca o un arcivescovo. Vede, se il cosiddetto uomo libero è un’utopia, anche il cosiddetto artista libero è un’utopia.

Nulla si salva: nemmeno le vette degli antichi maestri che vanno in frantumi sotto il peso del kitsch.

Il kitsch. Il prodotto finale della maledetta abitudine dell’essere umano di imitare di sua mano l’unicità della natura, il suo mistero, la sua sostanziale inimitabilità.

Non si può imitare ciò che è inimitabile. Il flusso, la corrente, la vita. Meno che mai ha senso pervenire alla rappresentazione perfetta. La perfezione è intollerabile. La compiutezza un paradosso. Ha ragion d’essere solo il frammento.

Contro l’ideale classico di compiutezza dell’opera d’arte, contro l’idea di equilibrio e armonia tra contenuto e forma, si dispiega il pensiero decadente di Thomas Bernhard che trova il suo epico e amplificato portavoce nella figura di Reger, il protagonista di Antichi Maestri, il suo penultimo romanzo, uscito nel 1985 e tradotto da Anna Ruchat, oggetto di ciclici adattamenti per il teatro.

Della scorsa stagione è la drammaturgia di Fabrizio Sinisi per la regia di Federico Tiezzi, uno spettacolo da non perdere che aveva debuttato al Napoli Teatro Festival a luglio 2020, ora in tournée fino a metà dicembre.

Veemente e tenero, burbero e scorticato, dissacratorio e simpaticissimo, Reger giganteggia dietro la prova superba di Sandro Lombardi, incalzato dall’efficacissimo Atzbacher di Martino D’Amico, che osserva, registra, documenta, muovendosi con agio sul doppio binario della narrazione e dell’interlocuzione.

In una scena stilizzata che restituisce la Sala Paris Bordone del Kunsthistorisches Museum di Vienna, qui definita da una struttura luminosa che delimita gli spazi, si consuma in un museo il rito del teatro, cioè il guardare e l’essere guardato.

Atzbacher osserva Reger che osserva il ritratto dell’uomo dalla barba bianca di Tintoretto, che a sua volta si offre al suo giudizio impietoso, sollecitando la sua ossessiva ricerca del vulnus, dell’errore più o meno manifesto, della crepa che disdica la perfezione e riveli di contro l’umanità dell’autore e l’ontologica incompiutezza dell’essere umano.

“La vita stessa è un frammento e il piacere più grande ce lo danno i frammenti”.

Quanta verità, quanta partecipazione c’è nell’insofferenza di Reger, nelle sue invettive contro l’ipocrisia e il conformismo, contro il servilismo degli artisti di stato al soldo del committente sicuro, del miglior protettore.

E quanta provocazione nel suo nichilismo. Un nichilismo, quello di Reger, così viscerale da apparire accademico, perché deve trovare di volta in volta bersagli diversi su cui infierire, e meno plausibili. Più è sacro l’oggetto e la sua gloria è indiscussa, più si scatena la sua volontà di infierire, in un rapporto paradossale e inversamente proporzionale tra opera compiuta e disgusto per essa, tra perfezione e stigma, tra intoccabilità e volontà di distruzione.

È come se l’opera d’arte -esposta, manifesta o citata – venisse sottoposta a un cinico metodo di falsificazione messo appositamente in atto per desautorarla, e dovesse opporre resistenza, senza riuscirvi. Poiché quello che importa al suo falsificatore è testimoniare, in ultima analisi, l’intrinseca fallibilità dell’uomo e dell’artista.

E quindi è ripugnante pure Beethoven, San Pietro non è che una ‘costruzione abborracciata’ e Goethe è il ‘paralizzatore della cultura tedesca’. Heidegger poi. “Un ridicolo filisteo nazista in calzoni alla zuava. Me lo vedo sempre davanti … accanto a sua moglie, la quale, nel suo perverso entusiasmo per il lavoro a maglia, lavora ininterrottamente per confezionargli le calze invernali con la lana che lei stessa ha tosato dalle loro pecore heideggeriane”.

E qui, sulle pecore heideggeriane chiamate dentro con iperbolica stizza, liberatoria, parte l’applauso a scena aperta del pubblico della prima al Teatro Vascello di Roma. Vale la pena citare questo momento perché rende bene l’idea del sottotitolo di Antichi Maestri, commedia, come se Bernhard autorizzasse il lettore a sommergere con una grassa risata persino se stesso, i monumenti incompiuti che noi credevamo perfetti, gli artisti paghi di sé e delle loro illusioni, il suo Reger sempre più maniacale insoddisfatto, infelice, le sue tirate grottesche.

Eppure in questo misantropo vetusto e coltissimo, in questo nichilista dolente che maledice i medici che gli hanno ammazzato la moglie, c’è un indomito impulso di vita. In un museo di morti, controllati a vista da un custode muto (molto bravo nella mimica espressionistica Alessandro Burzotta), Reger è lo spirito che ribolle e informa di vitalità furibonda i quadri e i muri.

È la hybris romantica che sfugge alla forma, senza lasciarsi ingabbiare dal povero Atzbacher che inutilmente cerca di raccontarne le gesta.

È il sopravvissuto che non si lascia morire aggrappato com’è al suo frammento di vita, alla sua scheggia di tempo, alla sua incrollabile e meravigliosa utopia. E la perfezione, d’altra parte, è una grande utopia.

Antichi Maestri
dal romanzo “Alte Meister” di Thomas Bernhard
traduzione Anna Ruchat
drammaturgia Fabrizio Sinisi
regia di Federico Tiezzi
Reger | Sandro Lombardi
Atzbacher | Martino D’Amico
Irrsigler | Alessandro Burzotta

scene e costumi Gregorio Zurla
luci Gianni Pollini
regista assistente Giovanni Scandella
fonico Alessandro Di Fraia
video Nicola Bellucci
direzione tecnica Tommaso Checcucci
produzione
Compagnia Lombardi-Tiezzi / Associazione Teatrale Pistoiese
in collaborazione con apoli Teatro Festival Italia
Lo spettacolo è stato visto al Teatro Vascello di Roma il 23 novembre 2021

Tournée:
4 dicembre: Parma Teatro del Parco
5 dicembre: Pescia(PT) teatro Pacini
16 dicembre: Carrara, Sala Garibaldi
17 dicembre: San Casciano, Teatro Comunale Niccolini

Alessandra Bernocco