La “goldroom” è un luogo infestato di uomini persi

foto di Chiara Merlo

“Instant Karma’s going to get you – Il Karma istantaneo ti prenderà Going to knock you right on the head – Ti colpirà proprio in testa You better get yourself together – Faresti meglio a rimetterti in sesto Pretty soon you’re going to be dead – Molto presto morirai What in the world you thinking of – A cosa diavolo stai pensando Laughing in the face of love? – Ridere in faccia all’amore? What on earth you tryin’ to do? – Cosa diavolo stai cercando di fare? It’s up to you, yeah you! – Dipende da te, sì te! […] Well, we all shine on – Bene, noi tutti brilliamo Like the moon and the stars and the sun – Come la luna e le stelle e il sole Well, we all shine on – Bene, noi tutti brilliamo Every one, come on – Tutti, andiamo […]”

(Instant Karma – John Lennon)

Quella sala da ballo, la Gold Room, dell’Overlook Hotel, dal film di Stanley KubrickThe Shining”, si presenta adesso con due strisce d’oro traverse (da attraversare – tra-vers) a terra, due passerelle di materiale riflettente come la stagnola, fogli di alluminio lucidi e opachi che ci spiegano la metafora degli specchi accartocciati, dove tutto si deforma e fa paura. Immaginifici. E dove è possibile intravedere, oltre il pavimento, il fondo di ogni movimento alterato, scomposto, capovolto, appiattito o allungato. Come danzando con i piedi nell’acqua, ma specchiati nei frammenti delle gocce che saltano in aria.

Lo stesso succede sulle pareti di quella assoluta scatola animata che è la mente, riflettente una moltiplicazione di forme in ombre scure, che corrono lungo le colonne portanti rincorrendosi, come topi, come insetti, come anime di morti.

Entriamo insomma in una girandola di spiriti, gli spiriti però di una festa finita male, in una sala che non è chiusa, seppure interiore, con un via vai di gente e sempre accessibile a chi la invade, ma con strumenti paranormali, di telepatia, chiaroveggenti, parapsicologici (ogni volta modificabile e che si modifica, magmatica) e dove ancora succedono le vite delle persone che non ci sono più, e che sono rimaste. Ossimoro dell’esistenza. Vite che noi possiamo ancora fissare, toccare no (gli spies dei Coldplay), che possiamo ricordare nei nostri ricordi, anche se non ci appartengono, che possiamo sbiadire, ingigantire, simulare, allargare o restringere, ascoltare, sentire, subire negli incubi più angoscianti, proiettare nei movimenti stessi delle nostre forme sul pavimento davanti, o dietro di noi sui muri, attraverso la memoria del corpo. Ultradimensionale.

Le stanze hanno un’anima e spesso un’anima tragica. Come nelle stanze del film, dal romanzo di Stephen King, è solo la luccicanza (in inglese “shining”) che ci può far vedere – in un mindscape Junghiano – ciò che è accaduto e ciò che accadrà, un potere extrasensoriale per capire chi è morto davvero, e come, e perché è morto, se è morto. Analisi thriller delle dinamiche umane.

Foto di Chiara Merlo

Il tempo sembra quasi fermo, impersonato dal “guardiano” dell’hotel, in scena con la sua giacca arancione, così come fermo è quel luogo abitato dai fantasmi. Fermo però in un movimento ripetuto e ossessivo, come quello di chiudersi il bottone del gilet e aggiustarsi la giacca, sempre, sempre. E ci si aggiusta la giacca proprio come fa un guardiano quando incontra qualcuno a cui deve rappresentare un luogo (l’hotel) e la sua storia, quando fa strada a qualcuno all’interno di qualcosa, una stanza, o la propria patologia. Intanto gli intervalli di tempo lenti e ripetuti di quel gesto ci spaventano, perché contemporaneamente ci svelano il meccanismo orrorifico folle di dinamiche familiari criminali, l’abuso genitoriale, il gesto compulsivo di chi sta per farci del male, l’angolo senza scampo con davanti minacciosa la figura paterna che si ricompone nel suo abito. Inquietante: mettersi a posto il vestito dopo avere commesso un delitto.

Chi non conosce la trama del film, e del libro, deve sapere che quel guardiano dell’hotel, assunto da poco, mentre l’hotel d’inverno è chiuso, “disabitato”, e che sostituisce un altro guardiano, morto con tutta la sua famiglia là dentro, è anche il padre di un ragazzino che ha poteri extrasensoriali e che vede quello che è successo in quell’hotel prima che arrivassero loro, vede suicidi e omicidi che si ripetono nella sua testa davanti a lui, nella testa del ragazzino e nelle stanze, con madri imputridite e rivoli di sangue e liquido cerebrale dovunque (in scena dei drappi che come “liquidi” scivolano sulle superfici e avvolgono le persone che assistono, danzano insieme a quelle figure, allarmanti, proiettate). E il ragazzino in scena saltella, e poi scappa, perché anche lui sta per essere ucciso dal padre, con quei suoi calzini arancioni, di un colore già visto. Ricorrente. Perché il thriller vuole che la storia si ripeta, che si ripeta in sinapsi, che si ripeta continuamente, visivamente, ossessivamente nella memoria di chi li osserva. Il dramma senza parole, claustrofobico, dell’uccisione de figli.

Foto di Chiara Merlo

Ora, Stephen King, nella sua denuncia morale della società tutta e della classe media alcolizzata americana (l’hotel si trova realmente in Colorado, tetro e cupo), castrante violenta rispetto alle nuove generazioni (attualissimo!), non ha certo tenuto conto del Fentanyl, come invece credo abbia fatto questa regia, (l’oppioide sintetico che annulla completamente il dolore esistenziale) il farmaco che da solo ha falcidiato, per annullate il dolore, decine di migliaia di persone nelle città più alienanti degli Stati Uniti, e che adesso sta arrivando velocemente anche qui da noi.

Io mi sono avvicinata a quelle persone senza dolore, annullate nelle strade di Detroit, e ora che sono in questa sala, dove i corpi imitano quelle sembianze impermanenti, quei corpi inafferrabili come fantasmi, eppure così pesanti e ingombranti come gli zombi, esistenze invisibili che non muoiono, lungo le superfici urbane apparentemente includenti, di linee architettoniche verticali vuote, che scorrono nei flussi delle grandi città senza più respiro, posso esattamente sovrapporre quei movimenti assoluti e soli, di mondi abissi che vagano senza riferimenti, a questi: di morti viventi di questo tempo. Di ogni tempo.

Foto di Chiara Merlo

Questo studio fra corpo, immagine e movimento è molto interessante, attuato attraverso installazioni coreografiche autonome e interconnesse coreografie (progetto di Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci), in uno spazio ideale all’interno della sala “Oceano Pacifico” del Teatro India: una situazione ricercata post – industriale, dove non serve neanche la tecnica del grandangolo per ricreare ambienti già slargati e dispersivi, metaprospettici, il luogo già per come è ci rende partecipi di quella alienazione poi così bene “allestita” dai ballerini, bravissimi, tutti, da sfinirci nei sensi, che pure vorrebbero spiegare al cervello cosa sta succedendo.

La musica è un’altra protagonista di questo mentre. elettronica, distillata, usa i rumori per inquietarci senza soluzioni. Ricrea quell’ambiente angosciante del Karma Istantaneo rievocata da John Lennon, quando quello che ti succede di inaspettato, te lo saresti invece dovuto aspettare. Per come sei, per quello che hai fatto, per il tuo vissuto. Irrimediabilmente.

Insomma un’operazione, un progetto di rivisitazione di certi schemi cinematografici con la trama horror di un libro cult, attraverso una coreografia che usa i bordi invisibili delle pareti e del pavimento per spiegare certi stati d’animo contemporanei nascosti, e di cui pure siamo responsabili, bordi (noi borderline) di cui siamo forse inconsapevoli in una trama narrativa confusiva della nostra società che va oltre il resoconto, molto spesso drammatico, degli eventi che abbiamo passato, o che forse a breve ci toccherà vivere o rivivere, durante questa nostra vita incosciente.

di Chiara Merlo

Coreografie e progetto: Marco Valerio Amico, Rhuena Bracci/Musiche: Bruno Dorella/Con: Carolina Amoretti, Marina Bertoni, Rhuena Bracci,
Andrea Dionisi, Agnese Gabrielli, Marco Maretti/Luci: Marco Valerio Amico, Lucia Ferrero/Spazio scenico: in collaborazione con “Denara”/Dispositivo video: Marco Valerio Amico/Costumi: Rhuena Bracci/Produzione: Nanou, Ravenna Festival/Co-Produzione: Hangart fest/Supporto: Digital on Stage – Co-funded by the European Union, coordinamento per l’Italia ass. cult. CapoTrave/Kilowatt/Sostegno: SIAE, BASE – Farout Live Arts Festival, Dance Gallery,
Ipercorpo / Città di Ebla, La MaMa Umbria International, Masque Teatro/Contributo: MIC, Regione Emilia-Romagna, Comune di Ravenna/Goldroom di Gruppo Nanou è ospite di Fuori Programma al Teatro India, Sala Oceano Indiano, Roma. Due repliche: 7 e 8 luglio 2026