Per dire di Finale di partita di Samuel Beckett diretto da Gabriele Russo, visto al Teatro India di Roma il 21 gennaio 2026, comincio dalle scene di Roberto Crea, che è uno degli scenografi più dirompenti da un po’ di anni a questa parte. Per quanto mi riguarda, dai tempi di ‘Nzularchia, spettacolo di Carlo Cerciello dal testo di Mimmo Borrelli, di una ventina di anni fa.
Questa volta Crea ha costruito una scena che da Beckett viene verso di noi e ci rovista dentro.
Scena che sa di miseria e di malattia, di marginalità e abbandono. Ma non come ci si aspetterebbe per un testo di Beckett, con citazioni, astrazioni, stilizzazioni e simbolismi, ma scaraventandoci in faccia il quotidiano degrado di esistenze possibili.
Il loro sgradevole habitat maleodorante, di quel cattivo odore che si diffonde e disturba.

Il film, diretto da Nia Da Costa e sceneggiato da Alex Garland, interpretato nei ruoli principali da un ottimo Ralph Fiennes, un convincentemente grottesco Jack O’Connell, un promettente Alfie Williams e una centrata Eryn Kellyman, è ovviamente ambientato nell’ormai noto scenario apocalittico – “ormai noto”, è chiaro, per gli aficionados della saga e per chi, comunque, ha raccolto anche solo estemporaneamente qualche informazione di contesto – che vede i sopravvissuti all’originaria e originale epidemia di rabbia circondati da un mondo che ha abbandonato la maggior parte di forme di progresso in vece di una rivincita ineluttabile di Madre Natura.