“Una tragedia di matrice capitalista”. Non un’affermazione di un veterocomunista di quelli che si racconta mangiassero i bambini, ma di un giovane attore e autore dopo due anni di capillari e meticolose ricerche.
Pietro Giannini, classe 2000, genovese, diploma all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico, premio Ubu under 35, allude alla tragedia del ponte Morandi e ne fa argomento di un monologo denuncia sulla linea del più accorato teatro civile.
La traiettoria calante il titolo, nato da un moto di indignazione nei confronti della biografia di Alessandro Benetton titolata La traiettoria, in cui l’esponente della famiglia che allora controllava la Società Autostrade prova inutilmente a ripulirsi la coscienza.
Categoria: TEATRO
Quella sala da ballo, la Gold Room, dell’Overlook Hotel, dal film di Stanley Kubrick “The Shining”, si presenta adesso con due strisce d’oro traverse (da attraversare – tra-vers) a terra, due passerelle di materiale riflettente come la stagnola, fogli di alluminio lucidi e opachi che ci spiegano la metafora degli specchi accartocciati, dove tutto si deforma e fa paura. Immaginifici. E dove è possibile intravedere, oltre il pavimento, il fondo di ogni movimento alterato, scomposto, capovolto, appiattito o allungato. Come danzando con i piedi nell’acqua, ma specchiati nei frammenti delle gocce che saltano in aria.
Lo stesso succede sulle pareti di quella assoluta scatola animata che è la mente, riflettente, una moltiplicazione di forme in ombre scure, che corrono lungo le colonne portanti rincorrendosi, come topi, come insetti, come anime di morti. Entriamo insomma in una girandola di spiriti, gli spiriti però di una festa finita male, in una sala che non è chiusa, seppure interiore, con un via vai di gente e sempre accessibile a chi la invade, ma con strumenti paranormali, di telepatia, chiaroveggenti, parapsicologici (ogni volta modificabile e che si modifica, magmatica) e dove ancora succedono le vite delle persone che non ci sono più, e che sono rimaste. Ossimoro dell’esistenza.
Amate come vi piace. Attenti alla noia. Possono essere questi i due moniti che presiedono le due regie shakespeariane che si succedono a ruota al Teatro Carignano di Torino fino al 12 luglio 2026 per l’ottava edizione della rassegna estiva Prato verde, prodotta dallo Stabile torinese. Come vi piace e Le allegre comari di Windsor, rispettivamente dirette da Giulia Odetto e Marta Cortellazzo Wiel, giovani registe conquistatosi sul campo lo spazio meritato aldilà delle quote.
Cambiare prospettiva quando le cose ti toccano da vicino. Radicalmente. Purtroppo o per fortuna. Dipende. Perché la domanda è questa: è necessario essere compromessi personalmente per essere giusti? Per non mistificare la realtà a nostro piacimento, per non cavalcare mistificazioni di comodo, per non offrire il proprio fianco alla peggiore strumentalizzazione per trarne vantaggio, perché così è l’onda lunga che ormai ci ha travolti?
L’artista Freya Powell, inglese di nascita ma di base a New York, ha dedicato un’opera, A Maritime Haunting, alla strage di profughi e migranti nel Mediterraneo centrale, quel tratto di mare tra Malta, la Libia, la Tunisia e la Sicilia dove si concentra il maggior numero dei morti tra coloro che dall’Africa tentano di raggiungere le coste europee. Solo per ricordare alcuni dati: nel 2024 sono stati 2452 i morti e i dispersi accertati in tutto il Mediterraneo, di questi 1692 nel Mediterraneo centrale; nel 2025 su un totale di 1878 scomparsi nel cosiddetto Mare Nostrum, 1314 sono quelli svaniti nell’area centrale; infine, nei primi 4 mesi del 2026, su un totale di quasi 1000 annegati, 765 sono quelli periti nel solo Canale di Sicilia. Dal 2014, sono circa 34.500 le “persone in movimento” morte o disperse nel Mediterraneo nel tentativo di ricostruirsi una vita in Europa.
All’ingresso un attore ci consegna un piccolo foglio con su scritta la strofa di una canzone che saremmo più tardi invitati a intonare, come una sorta di mantra, unendoci al coro. Altri stanno panificando, impastano acqua e farina e presto si sentirà il profumo del pane che ci verrà offerto a fine spettacolo. ..
La performer Marah Haj Hussein ha portato al Fog Festival di Milano lo spettacolo Language: no broblem, in cui affronta i temi del multilinguismo e delle gerarchie di potere nei rapporti tra lingue. La rappresentazione combina tre elementi: le testimonianze dai territori palestinesi occupati e le interviste ai membri della famiglia dell’artista in Israele; il resoconto di un viaggio della stessa Hussein attraverso il Belgio, tra Gand e Anversa; una riflessione intorno al concetto arabo di “zankha”, un odore particolare, che diventa espressione di quelle differenze sottili di significato che non sono traducibili da una lingua ad un’altra. Hussein è palestinese ed è cresciuta a Kofer Yassif nel nord di Israele. La sua lingua madre è dunque l’arabo-palestinese, ma parla fluentemente anche l’ebraico, l’inglese e, da ultimo, il fiammingo, in quanto vive e lavora in Belgio. In Language: no broblem entrano in gioco tutte e quattro queste lingue, anche se la performance si concentra essenzialmente sul conflitto tra l’arabo-palestinese e l’ebraico.
Lo spettacolo When I Sow the Sea del coreografo libanese Ali Chahrour è stato presentato l’11 marzo 2026 al Teatro dell’Arte della Triennale di Milano, all’interno del Fog Performing Arts Festival. La presenza di Chahrour e della sua troupe a Milano non era scontata. La nuova guerra condotta in Libano da Israele ha ridotto i voli da e per Beirut e quindi lasciare la capitale del Libano per gli artisti non è stato facile. Come si è capito da una breve testimonianza prima dell’inizio dello spettacolo, il viaggio è stato in forse fino all’ultimo momento e comunque l’aereo della compagnia spagnola su cui erano imbarcati è partito proprio mentre iniziavano i bombardamenti dell’aviazione israeliana. Ad ogni modo, lo spettacolo è cominciato solo con qualche minuto di ritardo…
Lo spettacolo A Forbidden Distance è una performance audiovisiva di un collettivo composto dai fratelli irano-canadesi Mohammad e Mehdi Mehrabani (Saint Abdullah), il musicista e compositore irlandese Ian McDonnell (Eomac), la video artista e regista di origini italiane e australiane Rebecca Salvadori e l’artista visivo londinese Charlie Hope. È stato presentato l’8 marzo 2026 al Teatro dell’Arte della Triennale di Milano, in occasione della Nona edizione di Fog, il festival di Performing Arts diretto da Umberto Angelini. La composizione è una commissione di Times (The Indipendent Movement for Electronic Scenes) un progetto che ogni anno finanzia opere, residenze e spettacoli dal vivo di artisti che provengono da tutta Europa, promuovendo la collaborazione e lo scambio di esperienze al di là dei confini e delle nazionalità, in un’epoca di sovranismi e tribalismi apparentemente trionfanti.
The Employees di Lukasz Twarkowski, visto al Lac di Lugano il 18 febbraio 2026, pone alcune questioni centrali per il teatro contemporaneo al di là della riuscita o meno dello spettacolo. Quanto innovi o aggiunga alla messa in scena un uso così totalizzante delle tecnologie, il valore di certe esperienze immersive e quali effetti possano avere sul pubblico e, infine, come cambi il ruolo del regista teatrale in operazioni del genere. Infatti molto diverse e opposte sono state le reazioni degli operatori e dei critici che hanno assistito e recensito lo spettacolo, anche se in molti è prevalso un tono cauto, alquanto reticente, come se ci fosse un certo imbarazzo a valutare criticamente quello che è presentato come il nuovo mostro sacro della nuova scena teatrale.
