È Chiara Stoppa l’interprete, ed è davvero fenomenale, strepitosa, seppure con l’aiuto delle altre due attrici molto brave, Elsa Bozzi e Noemi Apuzzo. In questa commedia scura, nera, lei ci fa ridere in maniera quasi liberatoria del suo vivere maldestro, casuale, apparentemente insignificante. Invece così umana e irriducibile. È continuamente lo sprone frenetico a resistere, a saltare, a lottare per la sopravvivenza. A voler vivere. A sostituire quel “vorrei vivere” del testo in un voglio. Vuole. A ogni costo, anche a martellate, destinate a uomini che quelle tre donne le hanno distrutte.

Per dire di Finale di partita di Samuel Beckett diretto da Gabriele Russo, visto al Teatro India di Roma il 21 gennaio 2026, comincio dalle scene di Roberto Crea, che è uno degli scenografi più dirompenti da un po’ di anni a questa parte. Per quanto mi riguarda, dai tempi di ‘Nzularchia, spettacolo di Carlo Cerciello dal testo di Mimmo Borrelli, di una ventina di anni fa.
Questa volta Crea ha costruito una scena che da Beckett viene verso di noi e ci rovista dentro.
Scena che sa di miseria e di malattia, di marginalità e abbandono. Ma non come ci si aspetterebbe per un testo di Beckett, con citazioni, astrazioni, stilizzazioni e simbolismi, ma scaraventandoci in faccia il quotidiano degrado di esistenze possibili.
Il loro sgradevole habitat maleodorante, di quel cattivo odore che si diffonde e disturba.

“Siamo Antigone e Creonte insieme, o lo siamo già stati più volte, di più in certe fasi della vita e meno in altre e viceversa o in alternanza”.
Così Roberto Latini nelle note di regia alla sua Antigone, spettacolo dal testo di Jean Anouilh che ha debuttato a Ostia Antica il 18 luglio 2025, ripreso a Roma lo scorso novembre al Teatro Vascello e in tournée da gennaio a marzo 2026.
Una regia che chiede allo spettatore di aderire a priori a una scelta: la libera distribuzione dei ruoli a prescindere dai generi. Suo è il ruolo di Antigone, di Francesca Mazza quello di Creonte, di Ilaria Drago quello di Emone.

Non so quanto sia giusto azzardare il paragone, ma il richiamo all’oltreuomo nietzschiano è irresistibile. Si intitola Oltre. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande la recente creazione di Fabiana Iacozzilli, che ha debuttato in prima nazionale al Teatro Vascello dal 12 al 16 novembre nell’ambito di Romaeuropa Festival e ora in tournée. Parliamo del disastro aereo delle Ande del 1972 quando il volo charter delle Forze Aeree Uruguaiane, partito da Montevideo e diretto a Santiago del Cile precipitò con quarantacinque persone a bordo, compresi diciannove giocatori della squadra di rugby dell’Old Christians Club con le loro famiglie.

Con Il lutto si addice a Elettra, O’Neill scrive uno dei drammi più belli e potenti della drammaturgia americana, reinterpretando la trilogia eschilea in chiave psicologica, e portando in primo piano sentimenti scorretti, pulsioni represse, desideri inconfessati che informano relazioni esistenziali e senza tempo.
Anch’esso suddiviso in tre parti – Ritorno, L’agguato e L’incubo – ripercorre l’arco temporale della famiglia Mannon fino alla fine, che è annientamento e autoannientamento, quasi per contagio, a effetto domino, in una spirale di morte reale, inflitta, paventata o assunta su di sé come unica possibilità di sopravvivenza.
In questo spettacolo carico di segni neri, tombali, claustrofobici, il lutto a vita di Lavinia è annunciato fin dall’inizio.

Michele Sinisi, scritturato o in solitaria, in più di vent’anni di carriera ha frequentato sia come attore sia come regista autori classici e personaggi del grande repertorio, come Amleto e Riccardo III, per citarne due, sotto forma di esplorazioni individuali molto sui generis e molto riuscite.
In questo lavoro, non meno sperimentale, prende le mosse da una lezione di scienze delle scuole medie inferiori nella quale il professore cercava di spiegare facile facile il concetto di “simpatia”: non tra persone che ci garbano o meno, ma la simpatia nei liquidi, l’acqua e l’olio, per esempio, quella simpatia che regola i legami tra elementi diversi per natura e struttura, i quali quando si incontrano trovano un accordo rimanendo sé stessi. Insomma, una bella metafora dei rapporti umani, quando ci dice bene.

Quello che Pinter fotografa in questa commedia acidissima scritta in sei settimane, è la dissoluzione della famiglia, dell’idea stessa di famiglia fondata su legami di sangue e su accordi più o meno pacifici, sulla distribuzione dei ruoli e la possibilità di costruire un equilibrio inoffensivo tra padri, figli, fratelli, spose avventizie e memorie di madri da tirare fuori a piacimento.
L’offesa invece è proprio il modus di relazione che permea i rapporti e comincia da Max (Massimo Popolizio), il padre “esemplare” nell’arte del disprezzo e della frustrazione.