La performer Marah Haj Hussein ha portato al Fog Festival di Milano lo spettacolo Language: no broblem, in cui affronta i temi del multilinguismo e delle gerarchie di potere nei rapporti tra lingue. La rappresentazione combina tre elementi: le testimonianze dai territori palestinesi occupati e le interviste ai membri della famiglia dell’artista in Israele; il resoconto di un viaggio della stessa Hussein attraverso il Belgio, tra Gand e Anversa; una riflessione intorno al concetto arabo di “zankha”, un odore particolare, che diventa espressione di quelle differenze sottili di significato che non sono traducibili da una lingua ad un’altra. Hussein è palestinese ed è cresciuta a Kofer Yassif nel nord di Israele. La sua lingua madre è dunque l’arabo-palestinese, ma parla fluentemente anche l’ebraico, l’inglese e, da ultimo, il fiammingo, in quanto vive e lavora in Belgio. In Language: no broblem entrano in gioco tutte e quattro queste lingue, anche se la performance si concentra essenzialmente sul conflitto tra l’arabo-palestinese e l’ebraico.

Lo spettacolo When I Sow the Sea del coreografo libanese Ali Chahrour è stato presentato l’11 marzo 2026 al Teatro dell’Arte della Triennale di Milano, all’interno del Fog Performing Arts Festival. La presenza di Chahrour e della sua troupe a Milano non era scontata. La nuova guerra condotta in Libano da Israele ha ridotto i voli da e per Beirut e quindi lasciare la capitale del Libano per gli artisti non è stato facile. Come si è capito da una breve testimonianza prima dell’inizio dello spettacolo, il viaggio è stato in forse fino all’ultimo momento e comunque l’aereo della compagnia spagnola su cui erano imbarcati è partito proprio mentre iniziavano i bombardamenti dell’aviazione israeliana. Ad ogni modo, lo spettacolo è cominciato solo con qualche minuto di ritardo…

Lo spettacolo A Forbidden Distance è una performance audiovisiva di un collettivo composto dai fratelli irano-canadesi Mohammad e Mehdi Mehrabani (Saint Abdullah), il musicista e compositore irlandese Ian McDonnell (Eomac), la video artista e regista di origini italiane e australiane Rebecca Salvadori e l’artista visivo londinese Charlie Hope. È stato presentato l’8 marzo 2026 al Teatro dell’Arte della Triennale di Milano, in occasione della Nona edizione di Fog, il festival di Performing Arts diretto da Umberto Angelini. La composizione è una commissione di Times (The Indipendent Movement for Electronic Scenes) un progetto che ogni anno finanzia opere, residenze e spettacoli dal vivo di artisti che provengono da tutta Europa, promuovendo la collaborazione e lo scambio di esperienze al di là dei confini e delle nazionalità, in un’epoca di sovranismi e tribalismi apparentemente trionfanti.

The Employees di Lukasz Twarkowski, visto al Lac di Lugano il 18 febbraio 2026, pone alcune questioni centrali per il teatro contemporaneo al di là della riuscita o meno dello spettacolo. Quanto innovi o aggiunga alla messa in scena un uso così totalizzante delle tecnologie, il valore di certe esperienze immersive e quali effetti possano avere sul pubblico e, infine, come cambi il ruolo del regista teatrale in operazioni del genere. Infatti molto diverse e opposte sono state le reazioni degli operatori e dei critici che hanno assistito e recensito lo spettacolo, anche se in molti è prevalso un tono cauto, alquanto reticente, come se ci fosse un certo imbarazzo a valutare criticamente quello che è presentato come il nuovo mostro sacro della nuova scena teatrale.

Nel già denso curriculum del giovane regista Giovanni Ortoleva, Mirra di Vittorio Alfieri arriva come naturale conseguenza di un percorso di ricerca dedicato ai miti dell’amore romantico che ha prodotto tra il 2022 e il 2024. Lancillotto e Ginevra, La dodicesima notte (o quello che volete) e La signora delle camelie, trilogia in cui intendeva «ribaltare l’idea dell’amore come forza risolutiva» nell’idea che l’amore possa essere «un fenomeno che non apre alla comunità ma fa sprofondare l’individuo in sé stesso».
Come si colloca Mirra in questo percorso?

Crave, nella traduzione di Barbara Nativi, è andato in scena in prima assoluta nazionale il 10 febbraio 2026 al Teatro delle Passioni di Modena con Leda Kreider, giovane attrice italoamericana, premio Hystrio Mariangela Melato 2025, autodirettasi.
Per lei, una prova coraggiosa e impegnativa. Per il pubblico una fruizione complessa e avvincente. Per l’autrice, un degno tributo, con sentimento.

Emily con il suo romanzo ha voluto scandalizzare i puritani con l’inquietudine e l’angoscia del suo tempo (e poi su un proprio vissuto nero e triste); Fennell, allo stesso modo, vuole inebetire i neo-puritani, ma stavolta con lo strumento voluto di una iper-finzione, di una esagerazione dicotomica (la chiamano fiction), perché il verosimile apparisse finanche delirante.
Non si è trattato quindi di stravolgere l’opera banalizzandola, ma la si è stravolta, sì, in una forma caricaturale, ad effetti speciali, ma perché avesse un nuovo significato eversivo, o forse lo stesso ma per un altro target (ed ecco perché i cinquantenni se ne lamentano).

È Chiara Stoppa l’interprete, ed è davvero fenomenale, strepitosa, seppure con l’aiuto delle altre due attrici molto brave, Elsa Bozzi e Noemi Apuzzo. In questa commedia scura, nera, lei ci fa ridere in maniera quasi liberatoria del suo vivere maldestro, casuale, apparentemente insignificante. Invece così umana e irriducibile. È continuamente lo sprone frenetico a resistere, a saltare, a lottare per la sopravvivenza. A voler vivere. A sostituire quel “vorrei vivere” del testo in un voglio. Vuole. A ogni costo, anche a martellate, destinate a uomini che quelle tre donne le hanno distrutte.

“Send Help” di Sam Raimi, nei cinema italiani da giovedì 29 gennaio, con Rachel McAdams e Dylan O’Brien nei panni dei naufraghi che si trovano sbalzati lontani dalla civiltà in un isolotto al largo della Thailandia dove dovranno dimenticarsi dei confort della vita quotidiana per adattarsi alle meraviglie e alle asperità della natura.