“Me ne vado”/“No!”/ “A che ti servo?”/ “A darmi la battuta”
(Finale di partita)
Per dire di Finale di partita di Samuel Beckett diretto da Gabriele Russo, visto al Teatro India di Roma il 21 gennaio 2026, comincio dalle scene di Roberto Crea, che è uno degli scenografi più dirompenti da un po’ di anni a questa parte. Per quanto mi riguarda, dai tempi di ‘Nzularchia, spettacolo di Carlo Cerciello dal testo di Mimmo Borrelli, di una ventina di anni fa.
Questa volta Crea ha costruito una scena che da Beckett viene verso di noi e ci rovista dentro.
Scena che sa di miseria e di malattia, di marginalità e abbandono. Ma non come ci si aspetterebbe per un testo di Beckett, con citazioni, astrazioni, stilizzazioni e simbolismi, ma scaraventandoci in faccia il quotidiano degrado di esistenze possibili.
Il loro sgradevole habitat maleodorante, di quel cattivo odore che si diffonde e disturba.
Ma il guizzo Crea-tivo (sì, mi diverte il gioco di parole) sta nel rendere una scenografia realistica come se fosse il dipinto di un pittore che l’ha ritratta dal vero. Con mano sicura, accordando i colori e i non colori sotto una patina untuosa di polvere e tristezza.
C’è, insomma, una mediazione che non rinuncia alla prossimità. E viceversa.
Un pensiero a monte che non si accontenta di riprodurre ma prova a testimoniare, avvicinando lo sguardo all’umana miseria che non è (o non è solo) metafora di una condizione esistenziale ma una reale possibilità esistentiva.
Sotto quella patina ci aspetta Hamm, come da copione, interpretato da un superlativo Michele Di Mauro: più vero del vero, madido, lordo di una lordura che sembra colare dai calzoni usurati, dai capelli, dalla bocca: in sedia a rotelle ma senza occhiali neri di rito, al punto che chi non sa che oltre a essere paralitico è pure cieco, si sente osservato. Sta lì, prima di animarsi ansimando forte grazie a un respiratore artificiale, che ci riporta ai tempi pandemici, a cui il regista fa esplicito riferimento.
Anch’egli elemento di quella topaia, non molto diversa da certe topaie che vediamo in tv in certi servizi dedicati ai disperati.
Perché di topaie così ce ne sono eccome, ai giorni nostri, e non molto lontano dalle nostre abitazioni. Pareti ammuffite tappezzate alla meglio, come in cerca di un decoro impossibile, fornelli da accampamento con su la moka al posto giusto perché qualcuno prima o poi potrebbe anche desiderare un caffè, due finestre irraggiungibili, da copione, una porta che lascerebbe supporre un altrove agognato che però non esiste.
Tutto è lì dentro, stipato e compresso, immobile come Hamm, o in perenne movimento come Clov, un bravissimo Giuseppe Sartori impegnato in una vera e propria drammaturgia del gesto, pallina impazzita su un tavolo da biliardo senza buche, che di Hamm esegue gli ordini, ora obbedendo come un servo devoto ora mentendo come un servo devoto che si è stancato di essere ubbidiente. Un modo inoffensivo di ravvivare la stessa identica estenuante routine.
Il rapporto non cambia: è sempre la solita vecchia storia dell’interdipendenza tra servo e signore. Uno seduto impossibilitato ad alzarsi, l’altro in piedi, impossibilitato a sedersi.
Quello che cambia in questo lavoro è la volontà di animare il rapporto, di informarlo di qualcosa che assomiglia ai sentimenti, in un modo che un Beckett così non lo ricordo.
È presente, nella struttura dei dialoghi, fatta di affermazioni negate, rilanciate e di nuovo negate, di domande che si attendono sempre la medesima risposta, di interrogatori incalzanti riguardo ad azioni insignificanti e sempre uguali, una sincerità di intenzioni, una tenerezza sfiorata, una rabbia che si esprime in scatti violenti, in virate improvvise da malinconico e assorto a furibondo. La complementarità di due esseri è ben lontana dal neutralizzarne gli effetti e genera urti violenti, collisioni di corpi e di anime che sono umanissime.
Inversamente, l’assurdo viene normalizzato, riconosciuto e inglobato nella ripetitività di esistenze banalmente plausibili, a cui ci si arrende con il peso e la coscienza di un’umanità senza futuro che rifugge l’idea della fine.
Al punto che anche la morte viene assorbita nella routine, senza stupore. Nell, genitrice di Hamm, muore sotto gli occhi indifferenti di Nagg, il marito, che imperterrito continua nella lettura del suo quotidiano.
E allora torniamo alla scena, precisamente quella in cui i due genitori, coloro che hanno perso l’uso delle gambe e che Beckett sistema in due bidoni di latta, uno ciascuno, con tanto di coperchio, da cui ogni tanto uno o l’altra fa capolino per questuare un confetto o ricordare che lì dentro c’è qualcosa di vivo, insomma un’immagine che è repertorio, qui viene espressamente disattesa. Credo sia la prima volta che assistiamo a un Finale di partita senza i bidoni.
Al loro posto c’è una vasca da bagno nascosta da una tenda di plastica circondata da detriti. Ma il punto non è tanto che i bidoni sono sostituiti dalla vasca, quindi da qualcosa di più reale e prossimo alla vita quotidiana, ma che i due genitori non sono più irrimediabilmente divisi.
C’è tra loro una possibilità di contatto, e in questa possibilità c’è una vicinanza che ci tocca. Non sono più soltanto due metafore di abbandono, ma sono proprio due creature abbandonate, che oltre a reiterare gesti sempre uguali tirano a campare presidiati dal figlio che ne distilla a piccole dosi la sopravvivenza.
E poco importa che i ruoli dei due genitori siano affidati a due giovani interpreti che di Di Mauro – Hamm potrebbero essere figli: Alessio Piazza e Anna Rita Vitolo infatti sono anch’essi parte dell’inquietante cortocircuito tra la filosofia dell’assurdo e la nostra claustrofobica quotidianità, impaurita, malata, ma esorcizzata, forse, grazie al teatro.
Poi ci sarà sempre chi dirà che Beckett non sarebbe d’accordo. E francamente non mi sembra il cuore della questione. D’accordo o meno Beckett si sente e si vede e lo spettacolo tutto è profondamente coerente, molto ben recitato, e perderlo sarebbe stato un peccato.
di Alessandra Bernocco
Finale di partita/di Samuel Beckett/traduzione Carlo Fruttero/regia Gabriele Russo/con Michele Di Mauro, Alessio Piazza, Giuseppe Sartori, Anna Rita Vitolo/scene Roberto Crea/costumi Enzo Pirozzi/disegno luci Roberto Crea e Giuseppe Di Lorenzo/musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione/foto Flavia Tartaglia/produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo
