“Siamo Antigone e Creonte insieme, o lo siamo già stati più volte, di più in certe fasi della vita e meno in altre e viceversa o in alternanza”.
Così Roberto Latini nelle note di regia alla sua Antigone, spettacolo dal testo di Jean Anouilh che ha debuttato a Ostia Antica il 18 luglio 2025, ripreso a Roma lo scorso novembre al Teatro Vascello e in tournée da gennaio a marzo 2026.
Una regia che chiede allo spettatore di aderire a priori a una scelta: la libera distribuzione dei ruoli a prescindere dai generi. Suo è il ruolo di Antigone, di Francesca Mazza quello di Creonte, di Ilaria Drago quello di Emone.
Autore: Alessandra Bernocco
In questi giorni è in corso una personale di Franco Blandino che raccoglie 57 tra disegni e dipinti di diverse dimensioni, allestita nella ex Chiesa del Salice Vecchio a Fossano (Cuneo) ed è visitabile con ingresso libero fino all’8 dicembre.
Si intitola “Metamorfosi – energia del cambiamento” ed è espressamente ispirata alle Metamorfosi di Ovidio.
In modo velato, secondo libere associazioni di memoria o in modo diretto diretto, come si evince dalla locandina che riproduce il dipinto del ratto di Europa, la povera fanciulla sedotta da Zeus sotto le sembianze di un toro mansueto, prima di ritornare l’assatanato farabutto che era, violentarla sotto forma di uccello rapace e poi permettere che andasse in sposa al re di Creta che magari nemmeno le garbava. Insomma un bell’archetipo di certi maschi di tutte le età, fino alle quotidiane impennate che abbiamo sotto gli occhi.
Non so quanto sia giusto azzardare il paragone, ma il richiamo all’oltreuomo nietzschiano è irresistibile. Si intitola Oltre. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande la recente creazione di Fabiana Iacozzilli, che ha debuttato in prima nazionale al Teatro Vascello dal 12 al 16 novembre nell’ambito di Romaeuropa Festival e ora in tournée. Parliamo del disastro aereo delle Ande del 1972 quando il volo charter delle Forze Aeree Uruguaiane, partito da Montevideo e diretto a Santiago del Cile precipitò con quarantacinque persone a bordo, compresi diciannove giocatori della squadra di rugby dell’Old Christians Club con le loro famiglie.
Con Il lutto si addice a Elettra, O’Neill scrive uno dei drammi più belli e potenti della drammaturgia americana, reinterpretando la trilogia eschilea in chiave psicologica, e portando in primo piano sentimenti scorretti, pulsioni represse, desideri inconfessati che informano relazioni esistenziali e senza tempo.
Anch’esso suddiviso in tre parti – Ritorno, L’agguato e L’incubo – ripercorre l’arco temporale della famiglia Mannon fino alla fine, che è annientamento e autoannientamento, quasi per contagio, a effetto domino, in una spirale di morte reale, inflitta, paventata o assunta su di sé come unica possibilità di sopravvivenza.
In questo spettacolo carico di segni neri, tombali, claustrofobici, il lutto a vita di Lavinia è annunciato fin dall’inizio.
Michele Sinisi, scritturato o in solitaria, in più di vent’anni di carriera ha frequentato sia come attore sia come regista autori classici e personaggi del grande repertorio, come Amleto e Riccardo III, per citarne due, sotto forma di esplorazioni individuali molto sui generis e molto riuscite.
In questo lavoro, non meno sperimentale, prende le mosse da una lezione di scienze delle scuole medie inferiori nella quale il professore cercava di spiegare facile facile il concetto di “simpatia”: non tra persone che ci garbano o meno, ma la simpatia nei liquidi, l’acqua e l’olio, per esempio, quella simpatia che regola i legami tra elementi diversi per natura e struttura, i quali quando si incontrano trovano un accordo rimanendo sé stessi. Insomma, una bella metafora dei rapporti umani, quando ci dice bene.
Quello che Pinter fotografa in questa commedia acidissima scritta in sei settimane, è la dissoluzione della famiglia, dell’idea stessa di famiglia fondata su legami di sangue e su accordi più o meno pacifici, sulla distribuzione dei ruoli e la possibilità di costruire un equilibrio inoffensivo tra padri, figli, fratelli, spose avventizie e memorie di madri da tirare fuori a piacimento.
L’offesa invece è proprio il modus di relazione che permea i rapporti e comincia da Max (Massimo Popolizio), il padre “esemplare” nell’arte del disprezzo e della frustrazione.
Famiglia colta, emancipata, amorosa, originariamente composta da padre, madre, due figli maschi e una figlia femmina. Una di quelle famiglie dove si nasce privilegiati e benestanti. Dove si vive in case meravigliose, costruite in mezzo a ettari di aranceti coltivati con cura, tra favole della buonanotte e poesie imparate a memoria, recitate attorno alla tavola all’ora di pranzo. Dove si conduce una vita serena e si coltivano i valori della cultura e del rispetto.
Finché non è il rumore delle bombe ad avvertire i bambini che qualcosa sta per cambiare.
…a Gaza troppe volte abbiamo visto il mondo finire.
Bombardati noi, non dalle bombe ma dalle immagini che arrivano come pallottole di una mitragliatrice, possiamo scegliere se difenderci o se restare. Se restare in silenzio o provare a dire qualcosa, a fare qualcosa: diffondere le testimonianze di chi è lì per soccorrere, rischiando la pelle, scendere in piazza, sventolare bandiere, suonare campane, gridare free Palestina, lanciare messaggi con i nostri corpi incolumi, volontariamente sottoposti a rinunce irrisorie, ma che basterebbero a sfamare una classe intera di bambini affamati, mandare un aiuto se ce lo possiamo permettere. Scrivere due righe per cercare di capire come si arriva a scegliere la fine del mondo.
Parliamo del Teatro di Paglia e della rassegna diretta da Manuela Mandracchia e Fabio Cocifoglia, organizzata dall’Azienda agricola Il Nemus, un’esperienza virtuosa che fa parte di un più ampio progetto altrettanto virtuoso che è la Rete dei Teatri di Paglia, diffusa in tutta Italia e nata nel 2011 in seguito al successo del primo Teatro nato nel 2003 a Rendola, un paesino toscano sui colli aretini nel comune di Montevarchi, da un format di Nicholas Bawtree.
Starete comodamente seduti, garantisco, su apposite balle di paglia disposte in un anfiteatro naturale, nel silenzio assoluto della sera che cala, a mano a mano che la visita guidata ai celebri bronzi procede.
D’accordo, si gioca ma nemmeno poi tanto. Perché il suggerimento è vivissimo e la bellezza incontaminata del luogo vale la trasferta. Se poi è corroborata dalla visione di uno spettacolo cult come Il custode, una chicca nel repertorio di Paolo Triestino, a maggiore ragione.
Due che mettono soggezione. Per come, giocando, si mettono a nudo. Per come giocano mettendosi a nudo. Jouer, to play. Il teatro senza fraintendimenti. Ce lo dispensano in un’acrobatica ora e mezza due giovanissimi istrioni del palcoscenico, Alessandro Bandini e Alfonso De Vreese, attor giovani, si sarebbe detto una volta, virgulti pieni di belle speranze a cui si rispondeva con promesse attendibili. Under trenta, trentacinque, abbiamo preso a dire adesso: da quando sparuti finanziamenti con bandi dedicati hanno finto di incoraggiare le giovani leve per far fuori gli over meritevoli senza tante spiegazioni. Tant’è. Quello che è certo è che questi due, di under, hanno soltanto l’età.
Il testo è una rocambolesca e assai verosimile storia d’amore scritta da un altro under trenta o giù di lì, Diego Pleuteri, al quale il regista over trentacinque ma under quaranta Leonardo Lidi ha di nuovo dato fiducia perché è giusto non aspettare che un giovane autore sia stanco di provare a fare l’autore e venga preso sul serio finché siamo in tempo.
