28 anni dopo – Il tempio delle ossa

A volte per capire davvero qualcosa bisogna entrarci senza mappa
(anonimo)

Quella che vi apprestate a leggere è una recensione strana perché potrebbe, con le dovute cautele, essere più considerata alla stregua di un simpatico esperimento sociologico che non di un vero e proprio pezzo tecnico e il motivo sarà presto detto: l’articolo che avete davanti si appresta a parlare di un film  – il titolo del quale è “28 anni dopo – Il tempio delle ossa” – che, in un qualche modo, rappresenta il quarto capitolo di una saga della quale il recensore non aveva visto letteralmente nulla prima di immergersi nell’oscurità che precede e accompagna la visione al cinema di ogni pellicola. E nello specifico di questa appena citata. 

Dichiarato, per una questione di onestà intellettuale, il non dichiarabile – per quanto, forse, il contenuto che verrà avrebbe potuto rivelare da sé l’indicibile – e chiedendo solo un pizzico di ulteriore pazienza per spiegare le ragioni di tale strambo tentativo – il lavoro di un regista come Danny Boyle ad informare tutto quanto codesto universo e la sensazione di dover approfittare del lancio del momento per trovare la forza di approcciarsi a questo lungo filo narrativo lodato e applaudito a destra e a manca – si può cominciare a provare e andare nel dettaglio di quest’ultimo spezzone che da domani arriverà nelle sale italiane.

E qui, sentendosi ormai più a posto con la coscienza di quanto non ci si percepisse solo qualche riga fa, inizia quella che l’autore del pezzo considera la parte e bella e simpatica perché il suddetto film è sembrato – sempre allo scrivente – allo stesso tempo divertente e interessante, disturbante e piacevole, importante fonte di innumerevoli riflessioni e piacevolissimo intrattenimento al punto che, se si volessero anticipare ai tre quinti della lunghezza di questo scritto le conclusioni dell’esperimento goliardicamente tirato in ballo nell’incipit, si potrebbe dichiarare che “il triplo carpiato all’indietro” dell’incauto astante è stato concluso con un perfetto ingresso in acqua e che le paure associate a questo atto di innocente follia sono state dissipate da un risultato  l’aver goduto molto del prodotto – del tutto inaspettato.

Il film, diretto da Nia Da Costa e sceneggiato da Alex Garland, interpretato nei ruoli principali da un ottimo Ralph Fiennes, un convincentemente grottesco Jack O’Connell, un promettente Alfie Williams e una centrata Eryn Kellyman, è ovviamente ambientato nell’ormai noto scenario apocalittico – “ormai noto”, è chiaro, per gli aficionados della saga e per chi, comunque, ha raccolto anche solo estemporaneamente qualche informazione di contesto – che vede i sopravvissuti all’originaria e originale epidemia di rabbia circondati da un mondo che ha abbandonato la maggior parte di forme di progresso in vece di una rivincita ineluttabile di Madre Natura.  

Ed è in questo contesto di cui gli spettatori “normali” hanno già contezza che quel poco che rimane in termini narrativi – senza voler anticipare nulla, la lotta tra una certa forma di malvagità e ciò che gli si oppone – prende forma abbracciando, grazie all’abilità della regista, tutta una serie di diversi toni che spaziano dallo splatter, al demenziale passando per l’action.

Questo quarto e per ora ultimo capitolo di questa lunga faccenda, insomma, si mostra vitale e non lascia intravedere stanchezza di sorta chiude lasciando negli occhi di chi guarda la viva speranza che una conclusione senza appello  positiva o negativa dovesse essere la fine fine – debba ancora essere mostrata a chi da ormai circa un quarto di secolo ha prestato la propria attenzione a tale coinvolgente racconto. 

di Giuseppe Menzo