Eppure, se solo sapessimo veramente che le cose brutte della nostra vita le racconta il teatro, e che ci difende nel raccontarle! Il teatro è onesto intellettualmente sennò muore, parla alla comunità per far comprendere, parla “a noi tutti” come dice Eduardo per i nostri figli. E solo se si prova il dolore degli altri si comprende veramente il proprio. Il teatro permette questo: ri-presentare (rappresentare) a se stessi il dolore per la vita, com’è.

Quest’opera teatrale prende in prestito un fatto di cronaca raccontato da Laurent Mauvignier, la mezz’ora in cui è insensatamente raccolta la tragica fine di un uomo. Un monologo. Un’emorragia di parole nel resoconto minuzioso di una morte assurda, interpretata esaurientemente da un attore ugualmente tragico nella sua parte, molto convincente Vincenzo Pirrotta. “Quel che io chiamo oblio” è il titolo originale di questo monologo, “Storia di un oblio” in questa trasposizione teatrale.

Una regia potente, e di un monologo, perché i gesti e le accortezze della luce, dell’inquadramento proprio degli stati d’animo e delle rivendicazioni sociali attraverso le espressioni, la cristallizzazione delle facce e delle posture, fanno proprio quelli la differenza su tutto. Microsociologia.
Un’Attrice con la A maiuscola, consapevole del ruolo e del fatto, del rappresentare con le parole che sono ogni volta un mondo teatrale a sé per la potenza del messaggio, del ri-presentare allo spettatore la vita amletica di tutti i giorni. Bello il testo. Bello il teatro (per me nuovo).

Perfect Days è un film del 2023 diretto da Wim Wenders. Lingua originale, giapponese. Paese di produzione, Giappone, Germania. Anno, 2023.
Il film doveva inizialmente essere un documentario sulle toilette pubbliche, parte del progetto The Tokyo Toilet, ed era stato commissionato espressamente a Wim Wenders in virtù delle sue precedenti felici esperienze con il cinema giapponese. Lavorando al film, però, il regista ha preferito realizzarlo come un’opera narrativa, mostrando le varie toilette come i set dove si svolgono le vicende dei personaggi.

La scena del Teatro Vascello è azzurra, lunare, è di un tribunale abbandonato, con lo scranno del giudice senza il giudice, le carte sono sparpagliate dovunque, ed entra un vento siberiano inquietante, alla Dottor Zivago, che fa da mulinello per tutti quei documenti, c’è un vecchio accasciato su se stesso immerso in un cappotto più vecchio di lui, quasi fosse ormai un barbone inascoltato, e invece si anima e sbraita, e nell’invettiva contro se stesso cita le più belle opere dell’autore, in particolare “Il grande inquisitore”, e quando un grande specchio si apre al centro di quello scantinato archivio, il vecchio si moltiplica, e si vede di spalle e di lato, fiero, finalmente fiero di raccontarsi la verità senza scuse.

Sono andata a Cutro, non c’era più nessuno, eravamo io, un amico in silenzio, atterriti, faceva un freddo e c’era un vento…e poi c’era il suo bambino, che continuava a dire “dobbiamo pregare, ci sono le croci”, il mare era sempre cupo e agitato, e poi sì, c’erano quelle piccole croci fatte con i legnetti senza nome, gli immigrati non portano mai il loro nome qui da noi, e infine piccoli giocattoli sfigurati dalla salsedine in accumulo, come spazzatura qualsiasi trascinata lì dalla corrente. Plastica che resta, come la plastica che affoga tutto ormai. Erano arrivati lì, a riva, e sono morti. Per colpa loro!

Alla base di ogni interrogativo possibile c’è la questione del perché soprattutto le donne vengano colpevolizzate per la loro libertà sessuale, apparentemente auspicata, anche dagli uomini, e invece sempre più spesso mortificata, abusata in rapporti violenti di prevaricazione.

Consapevoli che il mutamento sociale abbia come sua componente lo spontaneo aggregarsi, integrarsi di emozioni/umori (oppure deliri), pensieri/ideali collettivi, a chi osserva i cambiamenti, nell’analisi dei fenomeni culturali e sociali del nostro tempo, risalta che il non-luogo dei social network alimenta, spesso, atteggiamenti antisociali/depressivi che nella vita reale già sono, o purtroppo diventano, (gravemente?) patologici.

“D’estate, al sud, capita che il fuoco distrugga tutto, alberi e animali. Capita! Noi del sud però sappiamo che ogni incendio è per mano dolosa, per mano meridionale dolosa.” Giordano Affolti ritorna il giorno dopo, quando tutto è spento, su quel cimitero di piante, dove gli animali non respirano più, e fotografa le sculture che sono diventate per noi a ricordo.
Photographer: Giordano Affolti