È Chiara Stoppa l’interprete, ed è davvero fenomenale, strepitosa, seppure con l’aiuto delle altre due attrici molto brave, Elsa Bozzi e Noemi Apuzzo. In questa commedia scura, nera, lei ci fa ridere in maniera quasi liberatoria del suo vivere maldestro, casuale, apparentemente insignificante. Invece così umana e irriducibile. È continuamente lo sprone frenetico a resistere, a saltare, a lottare per la sopravvivenza. A voler vivere. A sostituire quel “vorrei vivere” del testo in un voglio. Vuole. A ogni costo, anche a martellate, destinate a uomini che quelle tre donne le hanno distrutte.

“Send Help” di Sam Raimi, nei cinema italiani da giovedì 29 gennaio, con Rachel McAdams e Dylan O’Brien nei panni dei naufraghi che si trovano sbalzati lontani dalla civiltà in un isolotto al largo della Thailandia dove dovranno dimenticarsi dei confort della vita quotidiana per adattarsi alle meraviglie e alle asperità della natura.

Per dire di Finale di partita di Samuel Beckett diretto da Gabriele Russo, visto al Teatro India di Roma il 21 gennaio 2026, comincio dalle scene di Roberto Crea, che è uno degli scenografi più dirompenti da un po’ di anni a questa parte. Per quanto mi riguarda, dai tempi di ‘Nzularchia, spettacolo di Carlo Cerciello dal testo di Mimmo Borrelli, di una ventina di anni fa.
Questa volta Crea ha costruito una scena che da Beckett viene verso di noi e ci rovista dentro.
Scena che sa di miseria e di malattia, di marginalità e abbandono. Ma non come ci si aspetterebbe per un testo di Beckett, con citazioni, astrazioni, stilizzazioni e simbolismi, ma scaraventandoci in faccia il quotidiano degrado di esistenze possibili.
Il loro sgradevole habitat maleodorante, di quel cattivo odore che si diffonde e disturba.

Il film, diretto da Nia Da Costa e sceneggiato da Alex Garland, interpretato nei ruoli principali da un ottimo Ralph Fiennes, un convincentemente grottesco Jack O’Connell, un promettente Alfie Williams e una centrata Eryn Kellyman, è ovviamente ambientato nell’ormai noto scenario apocalittico – “ormai noto”, è chiaro, per gli aficionados della saga e per chi, comunque, ha raccolto anche solo estemporaneamente qualche informazione di contesto – che vede i sopravvissuti all’originaria e originale epidemia di rabbia circondati da un mondo che ha abbandonato la maggior parte di forme di progresso in vece di una rivincita ineluttabile di Madre Natura.

“Siamo Antigone e Creonte insieme, o lo siamo già stati più volte, di più in certe fasi della vita e meno in altre e viceversa o in alternanza”.
Così Roberto Latini nelle note di regia alla sua Antigone, spettacolo dal testo di Jean Anouilh che ha debuttato a Ostia Antica il 18 luglio 2025, ripreso a Roma lo scorso novembre al Teatro Vascello e in tournée da gennaio a marzo 2026.
Una regia che chiede allo spettatore di aderire a priori a una scelta: la libera distribuzione dei ruoli a prescindere dai generi. Suo è il ruolo di Antigone, di Francesca Mazza quello di Creonte, di Ilaria Drago quello di Emone.

In questi giorni è in corso una personale di Franco Blandino che raccoglie 57 tra disegni e dipinti di diverse dimensioni, allestita nella ex Chiesa del Salice Vecchio a Fossano (Cuneo) ed è visitabile con ingresso libero fino all’8 dicembre.
Si intitola “Metamorfosi – energia del cambiamento” ed è espressamente ispirata alle Metamorfosi di Ovidio.
In modo velato, secondo libere associazioni di memoria o in modo diretto diretto, come si evince dalla locandina che riproduce il dipinto del ratto di Europa, la povera fanciulla sedotta da Zeus sotto le sembianze di un toro mansueto, prima di ritornare l’assatanato farabutto che era, violentarla sotto forma di uccello rapace e poi permettere che andasse in sposa al re di Creta che magari nemmeno le garbava. Insomma un bell’archetipo di certi maschi di tutte le età, fino alle quotidiane impennate che abbiamo sotto gli occhi.

Non so quanto sia giusto azzardare il paragone, ma il richiamo all’oltreuomo nietzschiano è irresistibile. Si intitola Oltre. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande la recente creazione di Fabiana Iacozzilli, che ha debuttato in prima nazionale al Teatro Vascello dal 12 al 16 novembre nell’ambito di Romaeuropa Festival e ora in tournée. Parliamo del disastro aereo delle Ande del 1972 quando il volo charter delle Forze Aeree Uruguaiane, partito da Montevideo e diretto a Santiago del Cile precipitò con quarantacinque persone a bordo, compresi diciannove giocatori della squadra di rugby dell’Old Christians Club con le loro famiglie.

Con Il lutto si addice a Elettra, O’Neill scrive uno dei drammi più belli e potenti della drammaturgia americana, reinterpretando la trilogia eschilea in chiave psicologica, e portando in primo piano sentimenti scorretti, pulsioni represse, desideri inconfessati che informano relazioni esistenziali e senza tempo.
Anch’esso suddiviso in tre parti – Ritorno, L’agguato e L’incubo – ripercorre l’arco temporale della famiglia Mannon fino alla fine, che è annientamento e autoannientamento, quasi per contagio, a effetto domino, in una spirale di morte reale, inflitta, paventata o assunta su di sé come unica possibilità di sopravvivenza.
In questo spettacolo carico di segni neri, tombali, claustrofobici, il lutto a vita di Lavinia è annunciato fin dall’inizio.

Michele Sinisi, scritturato o in solitaria, in più di vent’anni di carriera ha frequentato sia come attore sia come regista autori classici e personaggi del grande repertorio, come Amleto e Riccardo III, per citarne due, sotto forma di esplorazioni individuali molto sui generis e molto riuscite.
In questo lavoro, non meno sperimentale, prende le mosse da una lezione di scienze delle scuole medie inferiori nella quale il professore cercava di spiegare facile facile il concetto di “simpatia”: non tra persone che ci garbano o meno, ma la simpatia nei liquidi, l’acqua e l’olio, per esempio, quella simpatia che regola i legami tra elementi diversi per natura e struttura, i quali quando si incontrano trovano un accordo rimanendo sé stessi. Insomma, una bella metafora dei rapporti umani, quando ci dice bene.