L’artista Freya Powell, inglese di nascita ma di base a New York, ha dedicato un’opera, A Maritime Haunting, alla strage di profughi e migranti nel Mediterraneo centrale, quel tratto di mare tra Malta, la Libia, la Tunisia e la Sicilia dove si concentra il maggior numero dei morti tra coloro che dall’Africa tentano di raggiungere le coste europee. Solo per ricordare alcuni dati: nel 2024 sono stati 2452 i morti e i dispersi accertati in tutto il Mediterraneo, di questi 1692 nel Mediterraneo centrale; nel 2025 su un totale di 1878 scomparsi nel cosiddetto Mare Nostrum, 1314 sono quelli svaniti nell’area centrale; infine, nei primi 4 mesi del 2026, su un totale di quasi 1000 annegati, 765 sono quelli periti nel solo Canale di Sicilia. Dal 2014, sono circa 34.500 le “persone in movimento” morte o disperse nel Mediterraneo nel tentativo di ricostruirsi una vita in Europa.

La performer Marah Haj Hussein ha portato al Fog Festival di Milano lo spettacolo Language: no broblem, in cui affronta i temi del multilinguismo e delle gerarchie di potere nei rapporti tra lingue. La rappresentazione combina tre elementi: le testimonianze dai territori palestinesi occupati e le interviste ai membri della famiglia dell’artista in Israele; il resoconto di un viaggio della stessa Hussein attraverso il Belgio, tra Gand e Anversa; una riflessione intorno al concetto arabo di “zankha”, un odore particolare, che diventa espressione di quelle differenze sottili di significato che non sono traducibili da una lingua ad un’altra. Hussein è palestinese ed è cresciuta a Kofer Yassif nel nord di Israele. La sua lingua madre è dunque l’arabo-palestinese, ma parla fluentemente anche l’ebraico, l’inglese e, da ultimo, il fiammingo, in quanto vive e lavora in Belgio. In Language: no broblem entrano in gioco tutte e quattro queste lingue, anche se la performance si concentra essenzialmente sul conflitto tra l’arabo-palestinese e l’ebraico.

Lo spettacolo When I Sow the Sea del coreografo libanese Ali Chahrour è stato presentato l’11 marzo 2026 al Teatro dell’Arte della Triennale di Milano, all’interno del Fog Performing Arts Festival. La presenza di Chahrour e della sua troupe a Milano non era scontata. La nuova guerra condotta in Libano da Israele ha ridotto i voli da e per Beirut e quindi lasciare la capitale del Libano per gli artisti non è stato facile. Come si è capito da una breve testimonianza prima dell’inizio dello spettacolo, il viaggio è stato in forse fino all’ultimo momento e comunque l’aereo della compagnia spagnola su cui erano imbarcati è partito proprio mentre iniziavano i bombardamenti dell’aviazione israeliana. Ad ogni modo, lo spettacolo è cominciato solo con qualche minuto di ritardo…

Famiglia colta, emancipata, amorosa, originariamente composta da padre, madre, due figli maschi e una figlia femmina. Una di quelle famiglie dove si nasce privilegiati e benestanti. Dove si vive in case meravigliose, costruite in mezzo a ettari di aranceti coltivati con cura, tra favole della buonanotte e poesie imparate a memoria, recitate attorno alla tavola all’ora di pranzo. Dove si conduce una vita serena e si coltivano i valori della cultura e del rispetto.
Finché non è il rumore delle bombe ad avvertire i bambini che qualcosa sta per cambiare.

…a Gaza troppe volte abbiamo visto il mondo finire.
Bombardati noi, non dalle bombe ma dalle immagini che arrivano come pallottole di una mitragliatrice, possiamo scegliere se difenderci o se restare. Se restare in silenzio o provare a dire qualcosa, a fare qualcosa: diffondere le testimonianze di chi è lì per soccorrere, rischiando la pelle, scendere in piazza, sventolare bandiere, suonare campane, gridare free Palestina, lanciare messaggi con i nostri corpi incolumi, volontariamente sottoposti a rinunce irrisorie, ma che basterebbero a sfamare una classe intera di bambini affamati, mandare un aiuto se ce lo possiamo permettere. Scrivere due righe per cercare di capire come si arriva a scegliere la fine del mondo.