Riccardo III al City Lab 971

Coltello e piaga, schiaffo e guancia, membra e ruota sono, vittima e carnefice; sono il vampiro del mio cuore, un grande infelice, di quelli a un riso eterno dannati, e che non possono più sorridere.


(Charles Baudelaire, L’Heautontimorumenos – Il punitore di se stesso)

Si può essere modernissimi e filologici a un tempo. Soprattutto se si affronta un classico. Un esempio arriva dal recente allestimento di Riccardo III diretto da Luca Ariano presso il City Lab 971 di Roma, uno spazio già di per sé generato da un pensiero moderno mirato alla riqualificazione di  un edificio industriale abbandonato da anni, l’ex Cartiera di via Salaria, ora polo multiculturale aperto al pubblico.

Lì è nato questo spettacolo, da un progetto di Ariano e Pietro Faiella (nel ruolo di Riccardo), prodotto da Officina Teatrale di Massimo Venturiello, altro centro virtuoso di creazione e produzione che gestisce gli spazi di Officina Pasolini.

Lì, in una piccola sezione della struttura, si sono inventati un  teatro ‘in scatola’ con una platea di 60 posti e un palcoscenico di dieci per sette dove Riccardo III è stato già riproposto due volte per un totale di una trentina di repliche e si prevede una tournée che coinvolgerà anche Milano oltre a una sicura ripresa romana la prossima stagione.

Una fatica giustamente premiata dal pubblico che non si è lasciato intimorire dalla distanza e dalla zona fuori mano e un successo meritato per un lavoro nuovo eppure rispettoso del testo, con tanti guizzi  e nessuna impostura.

L’idea in filigrana è quella di far fluire il racconto dalla mente di Riccardo, mente diabolica come sappiamo ma anche mente poietica, infestante, tesa a forgiare a sua immagine situazioni e personaggi da piegare ai suoi scopi.

Il che presuppone che lo stesso Riccardo non sia da loro troppo dissimile, che contenga in sé una possibilità di contagio, una prossimità con l’altro che ne renda possibile la compromissione. Un salto indispensabile, secondo me, per essere credibili nonostante l’abiezione connaturata al personaggio. Quella remota plausibilità che l’iconografia del mostro, usurata e anacronistica, non soddisfa pienamente. Qui Riccardo non è il deforme figuro di repertorio, ma una figura, casomai, quasi neutra, appena incrinata da una lieve zoppia, più citata che realistica.

La perversione è nei dettagli, nella gestualità minima delle mani e delle dita – dettagli che la distanza ravvicinata tra palcoscenico e platea consente di cogliere con precisione -, nel ghigno sinistro, nello sguardo maligno, allucinato, che scruta anche il pubblico a cui si rivolge con frequenti ‘a parte’, rendendolo testimone dei suoi progetti, della sua ipocrisia e, perché no?, connivente tacito delle sue efferatezze. 

Perché più che uomo perverso Riccardo è la perversione incarnata in un essere umano e, volenti o nolenti, chiama in causa tutti gli esseri umani.

La sua tentazione è di assimilarli a sé, prima di distruggerli e di autodistruggersi.

C’è in atto un movimento subdolo (subdolamente violento) che parte da Riccardo verso gli altri personaggi ma arriva fino al pubblico, ne invade i pensieri e lo risucchia in un gorgo bianco che non è candore ma bagliore accecante. In questo bagliore, sostanzialmente, consiste la scena:  non soltanto una scatola bianca e apparentemente blindata dove Riccardo pare un insetto inerme e senza contorni, ma il luogo della mente che man mano si rivela e che, come la mente, vive di visioni, alterazioni, irruzioni di pensieri, intralci, ingombri, congetture, proiezioni, in un gioco prospettico di apparizioni e dissolvenze. Un gioco reso possibile dal moltiplicarsi di quinte che si aprono e chiudono a sfondare le pareti disegnando di luce spazi ulteriori.

Il colore (e il non colore) è parte integrante della drammaturgia, grazie a virate dal bianco a colori sgargianti, che sono cromatiche ma soprattutto umorali,  favorite da un uso precisissimo di luci di taglio che creano volumi e definiscono spazi di azione, dislivelli, scene e controscene.

Dal bianco totale del costume di Riccardo si difendono con colori più caldi – grigio perla, avorio – i personaggi femminili, vestiti di costumi che paiono sculture, e ben si addicono alla plasticità dei gesti, frutto di una coreografia pensata e significativa, che privilegia la lentezza e la forza simbolica. 

I sicari  invece sono vestiti di scuro, già accecati dal male, esecutori a comando e senza pensiero.

Sedotti, ricattati, precipitati nel giogo, i personaggi tutti sono mossi da questa figura centrale che anche quando non agisce in prima persona, anche quando non è implicata nei dialoghi è presente in scena, mai fuori dalla relazione: spirito del male fattosi corpo, Riccardo osserva, spia, minaccia, ordisce le fila in disparte, pregusta la vittoria. Ma non esce di scena poiché, fuori dalla sua mente, gli altri non esistono, non sono, o, meglio, sono fantasmi che ne garantiscono la sussistenza. Prima ostacoli da superare, sconfiggere, eliminare. Poi ragion d’essere della sua solitudine, della sua definitiva sconfitta. Perché una volta eliminato l’ultimo ostacolo, il fedele Buckingham, Riccardo non ha più nessuno su cui confidare, una sponda che gli permetta di non crollare di fronte a se stesso. Usurpato il trono, appropriatosi di una corona che non gli spettava, il progetto fallisce, tutte le tessere saltano in aria e anche il suo autore ne viene travolto. 

Questa mi è parsa la linea portante, supportata dalle musiche, una colonna sonora che passa dal classico al rock travolgente e duro per poi chiudersi con uno sconsolato e rassegnato My way, mentre spariscono man mano tutte le sue ombre, tradite, di quinta in quinta.

L’impianto eidetico, sorta di manifesto di una poetica precisa, accoglie in sé le parole di Shakespeare mantenendo della tragedia gli snodi cruciali, le evoluzioni emotive, le relazioni in atto in cui le parole e i dialoghi si cristallizzano in immagini rappresentative o passano attraverso la riproduzione corale di gesti stilizzati, come, per esempio, le mani incrociate di Margherita. Ma il plot scivola liscio e arriva alla fine con limpidezza, si segue bene, senza intoppi, e si sente Shakespeare e la sua poesia.

L’adattamento di Natalia Magni è rispettoso ma non inerte, libero di  sfrondare e di concentrare il dramma su nuclei tematici funzionali all’idea fondativa.

In scena quattro attrici e cinque attori, alcuni impegnati in più ruoli, che raccontano di un bel lavoro di squadra. Oltre a Pietro Faiella, superlativo, Roberto Baldassarri (Clarence, Hastings, Sindaco), Gilda Deianira Ciao (Elisabetta), Romina Delmonte (Margherita), Lucia Fiocco (Anna), Luca Di Capua (Catesby, Sicario), Mirko Lorusso (Rivers, Stanley), Alessandro Moser (Buckingham, Sicario), Liliana Massari (Duchessa).

I costumi di alta sartoria sono firmati da Elisa Leclè e la scenografia, genesi e idea portante della regia, è stata realizzata da Alessandra Solimene. Il disegno luci di Max Comincini.

di Alessandra Bernocco