Alla base di ogni interrogativo possibile c’è la questione del perché soprattutto le donne vengano colpevolizzate per la loro libertà sessuale, apparentemente auspicata, anche dagli uomini, e invece sempre più spesso mortificata, abusata in rapporti violenti di prevaricazione.

A monte de Il crogiuolo ci sono due diverse condizioni dello spirito: l’ignoranza disarmante che ti consegna a superstizione e manipolazione e, di contro, la strumentalizzazione di questa stessa ignoranza da parte di una teocrazia che non cede le armi, anzi ne approfitta per riconquistare terreno.

Per la danza di David Parsons il quasi impossibile si è addirittura canonizzato in una coreografia cult datata 1982 che Parsons creò per sé stesso, precedente la fondazione della compagnia e che fa venire la tentazione di togliere il quasi. Si tratta di Caught, un assolo che unisce arte e tecnologia sulle musiche di Robert Fripp in cui il danzatore appare sospeso in aria, fissato come in un fermo immagine che riproduce figure classiche di repertorio o nuove posizioni: per una frazione di secondo, forse meno, ma tu ti sorprendi a pensare che forse potresti anche scattare una foto.

Consapevoli che il mutamento sociale abbia come sua componente lo spontaneo aggregarsi, integrarsi di emozioni/umori (oppure deliri), pensieri/ideali collettivi, a chi osserva i cambiamenti, nell’analisi dei fenomeni culturali e sociali del nostro tempo, risalta che il non-luogo dei social network alimenta, spesso, atteggiamenti antisociali/depressivi che nella vita reale già sono, o purtroppo diventano, (gravemente?) patologici.

Il comportamento virtuale di ognuno alimenta, oppure no, la comunicazione violenta comune, stabilendo anche il significato che le diamo, e ciò oltre il profilo più o meno patologico soltanto di qualcuno. Dovremmo allora cominciare a capire che presto sarà davvero difficile distinguere la violenza collettiva dalla violenza individuale, dove i social network si attesteranno sempre di più come moltiplicatori di umori, frustrazioni e rabbia, invece che di stati d’animo ed emozioni positivi.

La verità è che, anche per chi non credesse in Dio, forse c’è un modo del tutto nuovo e narrativo per rimanere eternamente nell’al di qua. O forse c’è sempre stato, soltanto che adesso ha semplicemente cambiato il suo supporto. Non più lapidi ed epitaffi, scritti e libri, ma stati d’animo (post)mediatici e bacheche (diari personali) sempre più dinamiche dove incontrarsi anche dopo morti.

È liberamente ispirato a Lo cunto de li cunti di Gianbattista Basile (favole napoletane del ‘600) questo testo teatrale di Emma Dante, diretto dalla stessa in maniera magistrale. Questa scrittura e questa messa in scena mi fanno pensare che il Teatro sia puro Amore (finalmente), e consolidano Emma Dante, per me, migliore regista donna, italiana, siciliana, del mio tempo e di ogni politica, non ho alcun dubbio.

Il mondo vuole cambiare, sempre, continuamente, e più spesso il cambiamento lo chiede alle donne, che si fanno carico del messaggio e si tagliano i capelli. Cassandra cambia il vestito. Dal nero luttuoso e goffo, che impedisce il cammino, al rosso paiettato dell’emancipazione, della ribellione, della manifestazione del conflitto, e poi il blu del pensiero, della libertà e della sofferenza, quindi il verde della pacificazione con la natura, l’indole, l’anima, la linfa, il sangue vivo degli alberi, infine il bianco della comprensione e della consapevolezza, insieme cinque temi attuali: la memoria, la vita, la libertà, la transizione e la pace. E questa donna mentre racconta quello che le è successo, e quello che non vuole più succeda, si spoglia e si veste di sé, saggiamente, inesorabilmente, con altruismo.