In questi giorni è in corso una personale di Franco Blandino che raccoglie 57 tra disegni e dipinti di diverse dimensioni, allestita nella ex Chiesa del Salice Vecchio a Fossano (Cuneo) ed è visitabile con ingresso libero fino all’8 dicembre.
Si intitola “Metamorfosi – energia del cambiamento” ed è espressamente ispirata alle Metamorfosi di Ovidio.
In modo velato, secondo libere associazioni di memoria o in modo diretto diretto, come si evince dalla locandina che riproduce il dipinto del ratto di Europa, la povera fanciulla sedotta da Zeus sotto le sembianze di un toro mansueto, prima di ritornare l’assatanato farabutto che era, violentarla sotto forma di uccello rapace e poi permettere che andasse in sposa al re di Creta che magari nemmeno le garbava. Insomma un bell’archetipo di certi maschi di tutte le età, fino alle quotidiane impennate che abbiamo sotto gli occhi.

Non so quanto sia giusto azzardare il paragone, ma il richiamo all’oltreuomo nietzschiano è irresistibile. Si intitola Oltre. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande la recente creazione di Fabiana Iacozzilli, che ha debuttato in prima nazionale al Teatro Vascello dal 12 al 16 novembre nell’ambito di Romaeuropa Festival e ora in tournée. Parliamo del disastro aereo delle Ande del 1972 quando il volo charter delle Forze Aeree Uruguaiane, partito da Montevideo e diretto a Santiago del Cile precipitò con quarantacinque persone a bordo, compresi diciannove giocatori della squadra di rugby dell’Old Christians Club con le loro famiglie.

Con Il lutto si addice a Elettra, O’Neill scrive uno dei drammi più belli e potenti della drammaturgia americana, reinterpretando la trilogia eschilea in chiave psicologica, e portando in primo piano sentimenti scorretti, pulsioni represse, desideri inconfessati che informano relazioni esistenziali e senza tempo.
Anch’esso suddiviso in tre parti – Ritorno, L’agguato e L’incubo – ripercorre l’arco temporale della famiglia Mannon fino alla fine, che è annientamento e autoannientamento, quasi per contagio, a effetto domino, in una spirale di morte reale, inflitta, paventata o assunta su di sé come unica possibilità di sopravvivenza.
In questo spettacolo carico di segni neri, tombali, claustrofobici, il lutto a vita di Lavinia è annunciato fin dall’inizio.

Michele Sinisi, scritturato o in solitaria, in più di vent’anni di carriera ha frequentato sia come attore sia come regista autori classici e personaggi del grande repertorio, come Amleto e Riccardo III, per citarne due, sotto forma di esplorazioni individuali molto sui generis e molto riuscite.
In questo lavoro, non meno sperimentale, prende le mosse da una lezione di scienze delle scuole medie inferiori nella quale il professore cercava di spiegare facile facile il concetto di “simpatia”: non tra persone che ci garbano o meno, ma la simpatia nei liquidi, l’acqua e l’olio, per esempio, quella simpatia che regola i legami tra elementi diversi per natura e struttura, i quali quando si incontrano trovano un accordo rimanendo sé stessi. Insomma, una bella metafora dei rapporti umani, quando ci dice bene.

Quello che Pinter fotografa in questa commedia acidissima scritta in sei settimane, è la dissoluzione della famiglia, dell’idea stessa di famiglia fondata su legami di sangue e su accordi più o meno pacifici, sulla distribuzione dei ruoli e la possibilità di costruire un equilibrio inoffensivo tra padri, figli, fratelli, spose avventizie e memorie di madri da tirare fuori a piacimento.
L’offesa invece è proprio il modus di relazione che permea i rapporti e comincia da Max (Massimo Popolizio), il padre “esemplare” nell’arte del disprezzo e della frustrazione.

Nello spettacolo, prodotto da Nexus Factory, Tempo Reale ed EstOvest Festival, si innestano suoi materiali diversi: le composizioni di Berio Visage, per suoni elettronici e la voce di Cathy Berberian su nastro magnetico (1961), Les mots sont allés…, “recitativo” per violoncello (1976 – 78), Sequenza XIV, per violoncello (2002) e I colori della luce (1963), presentate in esecuzioni esclusive autorizzate dagli eredi del compositore; Visioni su “Visage”, in cui Roberto Masotti e Silvia Lelli interpretano visualmente Visage (montaggio di Gianluca Lo Presti/Mammafotogramma) e i rari video di Bruno Munari e Marcello Piccardo.

Il film ha fatto il suo debutto nelle sale italiane, e non solo, mercoledì 23 luglio 2025.
È presto detto: questo film rebootta il quartetto di personaggi apparso l’ultima volta sullo schermo nel 2015 – il comune sentire popolare pare aver decretato l’insuccesso di questa penultima versione – e lo fa affidando – non ce ne voglia l’altra metà, comunque di grande bravura, – i due quarti della formazione ad un attore e ad un’attrice che vantano curriculum importantissimi in linea con i loro luminescenti talenti: sì, perché sono Pedro Pascal e Vanessa Kirby ad interpretare la coppia composta da Mr Fantastic e la Donna Invisibile e a dare vita ad un feeling sullo schermo che parla da solo del valore dell’intera operazione.
Joseph Quinn ed Ebon Moss-Bachrach sono rispettivamente “La Torcia umana” e “La Cosa”.

Quando pensiamo a Martin Margiela e alla sua estetica, ricordiamo la maschera. Celarsi e celare era il suo marchio. La sua etichetta un processo numerico che indicava la produzione di un oggetto di design da cui era allontanato l’ego del creatore. Un pensiero dadaista di presa di distanza, di oggettività, di onestà creativa. E cosi pure di relazione con l’altro, da cui nasceva un rapporto generativo di creatività. L’altro come ragione di vita. Un atteggiamento unico nella Moda che invece ama celebrarsi, visualizzare, trasfigurare…

Parliamo del Teatro di Paglia e della rassegna diretta da Manuela Mandracchia e Fabio Cocifoglia, organizzata dall’Azienda agricola Il Nemus, un’esperienza virtuosa che fa parte di un più ampio progetto altrettanto virtuoso che è la Rete dei Teatri di Paglia, diffusa in tutta Italia e nata nel 2011 in seguito al successo del primo Teatro nato nel 2003 a Rendola, un paesino toscano sui colli aretini nel comune di Montevarchi, da un format di Nicholas Bawtree.
Starete comodamente seduti, garantisco, su apposite balle di paglia disposte in un anfiteatro naturale, nel silenzio assoluto della sera che cala, a mano a mano che la visita guidata ai celebri bronzi procede.
D’accordo, si gioca ma nemmeno poi tanto. Perché il suggerimento è vivissimo e la bellezza incontaminata del luogo vale la trasferta. Se poi è corroborata dalla visione di uno spettacolo cult come Il custode, una chicca nel repertorio di Paolo Triestino, a maggiore ragione.