Una famiglia è un’accolita di persone di età e di sesso diversi tese ad occultare rigorosamente imbarazzanti segreti comuni.
(Christa Wolf)
Riflessioni a posteriori su Ritorno a casa di Harold Pinter diretto da Massimo Popolizio, visto al Teatro Argentina di Roma lo scorso anno e ora in tournée.
Succede che ripensandoci, a spettacolo archiviato nella memoria, tornino a galla momenti precisi, magari isolati, difficili da collocare, ma precisi.
A volte basta una battuta pronunciata in un certo modo da un Carneade qualunque, perché una certa scena ti ritorni alla mente. Anche una battuta quotidiana, anzi, soprattutto una battuta quotidiana, una di quelle battute che potrebbero perdersi nel flusso della conversazione, ma che ti aveva colpito non già per il significato ma per il modo, i toni, i colori, le intenzioni che la muovevano. Per quanto riuscisse a raccontare un personaggio in un determinato contesto. E poi avanti, a catena, di ricordo in ricordo ricostruisci il tuo puzzle.
Credo sia questa la funzione del teatro di parola laddove le parole non risuonano di per sé, portandosi dietro una storia e qualche eco riconoscibile. Restituire attraverso battute ordinarie un paesaggio e i suoi abitanti, andare oltre il chiacchiericcio indistinto e provare a scolpire una scena attraverso il linguaggio. Performarla, mi verrebbe da dire, se solo il termine performativo non avesse preso tutt’altra piega.
Non “essere o non essere”, non “tutti i profumi d’Arabia”, ma “hai bisogno di niente? Dico per la notte. Un bicchier d’acqua?”
Uno dei momenti più esilaranti, nonostante l’apparente banalità.
Hai bisogno di un bicchier d’acqua è quello che domanda Lenny (Christian La Rosa) al fratello Teddy (Eros Pascale) che non vede da ben sei anni, dopo un saluto a tre metri di distanza che non va oltre il ciao Lenny ciao Teddy, senza stupore. Il primo, mentre rovista nel frigorifero in cerca di avanzi e consolazione, il secondo mentre sale le scale per raggiungere la sua vecchia stanza da letto.
È notte e Teddy, unico figlio emigrato da Londra in America per insegnare filosofia, ha appena fatto ritorno nella casa di famiglia, senza avvertire ma chiavi in mano, per presentare Ruth (Giorgia Salari), la donna che ha sposato anni prima, anche qui senza avvertire.
Insomma, la situazione non è delle più canoniche. Né, d’altra parte, si va a innestare su un tran tran più prevedibile e quieto.
Quello che Pinter fotografa in questa commedia acidissima scritta in sei settimane, è la dissoluzione della famiglia, dell’idea stessa di famiglia fondata su legami di sangue e su accordi più o meno pacifici, sulla distribuzione dei ruoli e la possibilità di costruire un equilibrio inoffensivo tra padri, figli, fratelli, spose avventizie e memorie di madri da tirare fuori a piacimento.
L’offesa invece è proprio il modus di relazione che permea i rapporti e comincia da Max (Massimo Popolizio), il padre “esemplare” nell’arte del disprezzo e della frustrazione. Da ex macellaio qual era non va di fioretto ma colpisce col machete, però il suo linguaggio volgare e violento più che ferire viene inglobato negli umori di una pseudo famiglia talmente annullata che non ci fa caso, neutralizzato da un degrado morale diffuso e tristissimo.
Ma più loro assorbono, più incassano, più la crudeltà appare normalizzata, più arriva violenta allo spettatore.
Stiamo assistendo alla morte della bellezza attraverso la distruzione della famiglia. Perché non è la famiglia felice che ci preme difendere, ma capire fin dove arriva l’abbrutimento dei cuori a causa di una famiglia infelice e indigente, di una cattività vissuta dentro le mura domestiche. Quando anche la progenie nemmeno si accorge di essere dannata. E tira a campare, tra una corsa in taxi dello zio Sam (Paolo Musio), fratello di Max, omosessuale senz’arte e inerme bersaglio di perfidie inaudite, una gara di box del giovane Joey (Alberto Onofrietti), sedicente promessa del pugilato ma senza futuro e il bivaccare indolente di Lenny che non si capisce bene che cosa combini.
La regia lavora di iperbole e un bel po’ di ironia, secondo codici molto chiari e condivisi, per far arrivare lo sgretolamento in tutta la sua forza distruttiva, acuita anziché temperata da ridicoli siparietti in cui si finge di ricordare momenti di pace. Quando l’intera famiglia pare in stand by, ritratta in una bolla di sapone melò, radunata tutta nel soggiorno di casa, sotto il trofeo a sembianza di mucca lì a presidiare sulla porta di ingresso questa selvatica fauna a sembianza umana.
Tutti quanti, quasi in posa, Ruth compresa: mi pare di ricordarla sulle ginocchia di Max, sgualdrina riabilitata al ruolo di nuora dopo esser stata sorpresa in effusioni maldestre con i cognati. Integrata, dunque, ma nessuno ancora immagina come.
Viene voglia di conoscere la sua vita prima di adesso, al di là di quel po’ che ci racconta lei stessa. Perché è attraverso Ruth, unica femmina in una gabbia di maschi, che si compie la quotidiana nemesi dell’esistenza, il contrappasso tra i generi, la rimonta meditata e non annunciata.
Come quando un oggetto battuto all’asta al miglior offerente, improvvisamente si anima e alza la posta da sé, sotto gli occhi allibiti di tutti. Tenera famigliola di bulli senza premio, sempre più acquiescenti, quasi ipnotizzati.
Perché nessuno è attrezzato a difendersi, men che meno a ribellarsi. Tocca abbozzare e obbedire in silenzio, replicando come poveri automi mansioni ingrate, mai esercitate.
La scena di chiusa è frutto di una visione registica che non si può raccontare, va vista e goduta in diretta.
Si può soltanto dire che Ruth è il perno di una giostra che ha smesso di girare se non a suo comando.
Non so se sul tavolo c’è la lotta tra i sessi, il conflitto di genere, non credo, certamente c’è il ribaltamento del rapporto tra vittima e carnefice, tra il singolo e il gruppo, tra il bullismo di molti e la resistenza di pochi: resistenza che può anche diventare rappresaglia, visto che non deve per forza guadagnarsi il Paradiso.
Ci finirà forse Teddy, la brava persona senza nerbo per cui proviamo pietà ma non simpatia, il rassegnato che getta la spugna invece di impugnare la spada. Il mite per cui non è possibile perdere la testa. Meglio farla perdere ai suoi congiunti tiranni recitando per loro il ruolo che meritano.
Ruth è misteriosa, “taciturna e imprevedibile, molto difficile da decifrare, abitata lei stessa da una moltitudine di donne -dice Giorgia Salari che ne riveste il ruolo in questa seconda ripresa – e Massimo mi ha suggerito come farle uscire”.
Gli attori servono molto bene la causa, tutti avvezzi o molto avvezzi a lavorare due spanne sopra le righe, come regia comanda.
di Alessandra Bernocco
Ritorno a casa di Harold Pinter/Regia: Massimo Popolizio/Traduzione: Alessandra Serra/Con: Massimo Popolizio, Christian La Rosa, Paolo Musio, Alberto Onofrietti, Eros Pascale, Giorgia Salari Scene Maurizio Balò/Costumi: Gianluca Sbicca/Luci: Luigi Biondi/Suono: Alessandro Saviozzi
Tournée: Torino, Teatro Carignano, 11 – 16 novembre/Como, Teatro Sociale, 18 e 19 novembre/Lugano, LAC, 21 e 22 novembre/Viterbo, Teatro dell’Unione, 29 novembre/Arezzo, Teatro Petrarca, 4 e 5 dicembre/Carrara, Teatro Animosi, 6 e 7 dicembre/Fabriano, Teatro Gentile, 9 dicembre/Sondrio, Teatro Sociale, 6 gennaio 2026/Mestre, Teatro Toniolo, 7 – 9 gennaio/Udine, Teatro Nuovo, 13 – 15 gennaio/Chieti, Teatro Marrucino, 17 e 18 gennaio/Pistoia, Teatro Manzoni, 20 e 21 gennaio/Genova, Teatro Ivo Chiesa, 22 – 25 gennaio/La Spezia, Teatro Civico, 27 e 28 gennaio/Modena, Teatro Storchi, 29 gennaio – 1° febbraio/Savona, Teatro Chiabrera, 3 – 5 febbraio/Pisa, Teatro Verdi, 7 e 8 febbraio/Milano, Piccolo Teatro Paolo Grassi, 10 febbraio – 1° marzo
