Nel silenzio di carne,
passa luce dalle carcasse,
ma in un brivido fugge
(Ivano Ferrari)
Quando piangono gli animali, o anche gli uomini che non riescono più a soffrire, quando gli sguardi si fanno così tanto allargati, che dentro non ci intravedi più niente, la natura finisce di essere matrigna ed è il macellaio a usare l’accetta. Il macellaio, che della carne sa tutto.
E poi uno di quegli occhi se lo ritrova in tasca e ce lo mostra. Freddo, vuoto, gelatinoso. Gli occhi delle capre, che i nostri nonni mangiavano per non buttare via niente dell’animale sacrificato.
Fanno bene! Gli occhi fanno bene. Se non avessero perso il loro senso, il nostro senso, la vista.
Oggi non è così, li uccidiamo, anzi, li trucidano per noi, noi senza vedere, senza sentirne l’urlo, e una volta nel piatto, il puzzo della sofferenza comunque ci disgusta, con quei nervi, nervetti e le ossa, e allora li lasciamo a pezzi, quegli animali morti, nello stesso piatto, ma per la spazzatura. È tragico. E se non te ne accorgi o rifiuti di sapere che è tragico, è perché non vuoi vedere, neghi, normalizzi. Siamo carnivori e siamo carne e uccidiamo gli animali. Ma sempre con più cattiveria, sempre più crudeli, sempre più indifferenti. Gli animali sono ormai oggetti di consumo come tutto il resto. E in accumulo. Come tutto il resto. Carne dappertutto.
Eppure questo animale è morto per te, e tu lo butti? È uno spreco di sofferenza inutile…
Ma la messa in scena non ha questo intento, questo intento mio moralistico alla consapevolezza, al nutrimento consapevole, intento che ancora non riesce a essere vegano seppure conscio del dolore inflitto. La messa in scena è invece proprio il macello: cosa accade, come accade, a uomini e bestie destinati allo stesso lager e alla stessa morte atroce interiore. Sì, perché gli animali sentono che stanno per essere uccisi. Anche gli animali muoiono dentro, hanno paura, e seppure sembrano offrirsi, avvicinandosi ingenui alla mano che porge loro il fieno, e poi li sgozza, lo capiscono che sarai presto il loro massacratore. E ti guardano con quegli occhi bagnati. Ma no! No che non sono lacrime.
Entriamo che è già tutto rosso, e da sotto una stagnola, come quelle copertine per il gelo che forniscono a quei pochi naufraghi rimasti, di Cutro, intuiamo debba esserci un corpo gigante, sociale, antropologico, forse un corpo ormai morto, oppure morente, di bue, di uomo, o forse di un essere bifronte, stato ucciso o ferito.
E in quel denso rosso pop del sangue evocato, ci sono microfoni, registratori e coltelli affilati, e poi una mosca, che non lascia il mio orecchio dall’inizio fino alla fine di questo morire straziante. Il ronzio, l’urlo e il rumore agghiacciante delle celle, dei ganci che sbattono fra di loro, delle carcasse fra i muggiti, l’affilare dei coltelli, il luccichio dell’acciaio fra le lame, tutto il dolore, il mio dolore, arriva con i rumori e i gesti. E insieme la mosca che sembra posarsi su di me come su di una merda.
Se non fosse che fra quei rumori assordanti arrivano le parole.
Le parole del poeta della carne Ivano Ferrari, così affaticato in vita dal macello, così appesantito nell’animo per quello strazio quotidiano cui assiste, che solo la poesia ha potuto salvare. Un operaio del mattatoio, fra vagine glabre di vacca e tagli prelibati pronti per la tavola, è quello che stabilisce la commestibilità, ma sporco di letame e sperma sfuggito alla morte, che davanti al cranio sfondato di un puledro, a dei cavalli spezzati, con la pelle triste, restituisce parole, dolore, compassione. E così “la carne morta rivive…col vento che riporta gli odori”, così le larve nella ragione. Omicidi instancabili, tori decapitati, sensi di colpa. Occhi infiniti e beoti restano nella memoria. Animali appesi in cui si ripete il sacrificio della crocifissione.
Queste parole, come le urla strazianti dei maiali squartati, riempiono di suoni lo spazio della morte e questo teatro civile, “ovunque è squartagione”. E ci vengono in mente anche le guerre e le sopraffazioni violente del nostro tempo. Chi tratta gli animali in questo modo, non può che trattare anche gli umani lo stesso, perché è la normalizzazione del dolore, della violenza, della tirannia specista a vincere sulla commozione.
Ivano Ferrari ha vissuto sulla propria esistenza l’interiorizzazione del macello, e la regia fedele di Pietro Babina rende quelle voci, di Ivano e dei puledri, soffioni che sembrano sputi, nel cimitero degli umani dove ormai è rimasta solo carne che non sfama.
(visto al Teatro di Tor Bella Monaca all’interno del Piccolo festival di drammaturgia contemporanea “le voci del presente 2025”)
testo: Ivano Ferrari/scritto e diretto da: Pietro Babina/in scena (voce e suono): Pietro Babina/produzione: Mesmer/foto: Claudia Marini.
di Chiara Merlo
