Oltre. Il disastro delle Ande

Foto di Gianluca Pantaleo

“Quanto manca alla vetta?”

“Tu sali e non pensarci”.

(Friedrich Nietzsche)

Non so quanto sia giusto azzardare il paragone, ma il richiamo all’oltreuomo nietzschiano è irresistibile. Si intitola Oltre. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande la recente creazione di Fabiana Iacozzilli, che ha debuttato in prima nazionale al Teatro Vascello dal 12 al 16 novembre nell’ambito di Romaeuropa Festival e ora in tournée.

Non me la sento di chiamarlo spettacolo perché non c’è nulla di spettacolare nel portare alla luce una tragedia epocale, di cui poco si ricorda e meno ancora si riesce a immaginare.

Parliamo del disastro aereo delle Ande del 1972 quando il volo charter delle Forze Aeree Uruguaiane, partito da Montevideo e diretto a Santiago del Cile precipitò con quarantacinque persone a bordo, compresi diciannove giocatori della squadra di rugby dell’Old Christians Club con le loro famiglie.

Dodici morirono nello schianto, altri nei giorni successivi per il gelo, la fame, le ferite, le infezioni e la cancrena che avanzava insieme all’orrore. Ma sedici  sopravvissero: aggrappati a una speranza surreale per settantadue disperati giorni, a 3600 metri di altitudine.

Come sopravvissero ce lo raccontano Fabiana Iacozzilli e Linda Dalisi, regista e Dramaturg, insieme a sette ottimi  performer tra attrici e attori in animistica comunione con i puppets a dimensione umana realizzati da Paola Villani.

-ph- Gianluca Pantaleo

“Non il racconto di una catastrofe ma quello di una rinascita- si legge nelle note al programma di sala -. Di ciò che resta e ci tiene vivi; della memoria che impedisce ai morti di scomparire”.

E per rendere giustizia alla memoria sono partite per Montevideo per incontrare alcuni tra i sopravvissuti – oggi uomini di età compresa tra i 70 e i 75 anni – e alcuni tra i familiari di chi non è più tornato.

Il risultato è una restituzione originale e potentissima, capace di riconoscere nell’inumana tragedia la forza sovrumana e una sovrumana bellezza.

Quanta forza occorre per cibarsi del cadavere di un tuo simile, di un amico, di tua madre, di tua sorella? E quanta bellezza c’è nella cura di un derelitto da parte di chi ne sta condividendo la sorte? Quanto amore, quanta grazia, quanta dolcezza di sguardi, di mani congelate che accarezzano e scaldano, di braccia stanche che reggono corpi stremati, di bocche che infondono i loro ultimi resti di fiato e speranza? 

C’è tanto respiro, tanto ansimare in questa performance. Brividi, tremolii, pianti soffocati in gola “per non disidratarsi”, amplificati da un  silenzio innaturale. Fin dall’inizio li vediamo, i morti, evocati da puppets ammucchiati a un lato del palcoscenico.

Ma in mezzo c’è la fatica dei vivi, gli strenui tentativi di rianimazione, la respirazione bocca a bocca, corpi che finalmente si animano e si levano in piedi, si riconoscono, si avvicinano con delicatezza commuovente, ma c’è anche la sconfitta che si tocca con mano nel peso dei cadaveri da spostare, nel ritmo del respiro che vorticosamente cresce e poi si interrompe di colpo, arreso. Finché non subentra un senso di pace, riposto in un lieve abbraccio nel cielo, come in assenza di gravità. Evanescente come il sollievo che segue e precede la disperazione.

Si succedono ininterrottamente emozioni contrastanti, ora tenere e confortanti ora violente e disperate. Come la frustrazione  restituita con uno sfogo da quasi tarantolato, un segmento coreografico divergente che interrompe la lentezza e la meticolosità dei gesti e delle azioni in un racconto senza parole ma pieno di senso.

-ph- Gianluca Pantaleo

La drammaturgia si legge chiara nella gestione precisa dei puppets che sembrano davvero in relazione tra loro, animati, sofferenti, abbandonati in un non tempo e un non luogo in cui la differenza è annullata in un biancore totale, non smorzato ma ribadito dalla presenza di residuali tracce di vita – un ferro da stiro, una borraccia, una macchina fotografica, capi di biancheria rinvenuti in una valigia perfetta che odora di casa – o dall’illusione  che dura meno di un attimo che  qualcuno si accorga di loro mentre agitano i fazzoletti rossi al rumore indifferente di un velivolo. E poi quella palla ovale sempre lì al centro della scena, a ricordarci che “il rugby non è uno sport ma una filosofia di vita e non ha regole ma leggi”.

E se legge è resistere, resistere è legge. È volontà di potenza sulle forze avverse della natura quando si accaniscono fino a travolgerti in una tempesta  di ghiaccio che ti imprigiona come il cemento. Quando non ce la fai più e ti domandi dove sta Dio.

Tutti attorno a un corpo esanime, disteso, scrutandosi l’un l’altro, in silenzio, per cercare nel volto amico la conferma al loro stesso pensiero.

Se i corpi stanno lì è perché Dio lì li ha messi e noi non dobbiamo salvarci l’anima ma il corpo.

Allora è il superamento di tabù secolari, di barriere naturali, di tutte le remore che contraddicono la sopravvivenza. È istinto  vitale, non vitalistico, umana “connessione col desiderio sincero di vivere”. Nulla  a che vedere con il dionisiaco.

-ph- Gianluca Pantaleo

L’ebbrezza arriva con la loro rinascita, con la consapevolezza di avercela fatta: a salvarsi e a salvare. Grazie all’ostinazione di  Nando Parrado e Roberto Canessa che con i mocassini ai piedi hanno scavalcato le Ande, fino a raggiungere la parte opposta, con sé otto paia di calzettoni pieni di carne umana, unico cibo.  Decisi a non  fermarsi prima di incontrare la civiltà.

A tenerli in vita, il pensiero dei vivi, da una parte e dall’altra: la famiglia che aspetta e gli amici a cui fare arrivare i soccorsi il più presto possibile.

La loro, di vita, era invece assicurata dalla propria ombra sulla neve. “Per avere conferma di essere vivo controllavo che la mia ombra ci fosse ancora”.

Su uno schermo scorrono brevi didascalie e immagini dei sopravvissuti e dei familiari intervistati nel viaggio a Montevideo, generando tra quello che vediamo in scena e quello che ascoltiamo un cortocircuito difficile da spiegare.

Forse il momento di massima fusione è quello in cui Evelina Rosselli legge la lettera che un giocatore della squadra invia alla sua fidanzata, voce umana che risuona nel silenzio incombente.

di Alessandra Bernocco

Oltre. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande

ideazione e regia Fabiana Iacozzilli/con Andrei Balan, Francesco Meloni, Marta Meneghetti, Giselda Ranieri, Evelina Rosselli, Isacco Venturini, Simone Zambelli/Dramaturgia Linda Dalisi/scene Paola Villani/musiche e suono Franco Visioli/luci Raffaella Vitiello/cura dell’animazione Michela Aiello/aiuto regia Cesare Del Beato/assistenti alla regia volontari Matilde Re e Francesco Savino/produzione Teatro Stabile dell’Umbria/in coproduzione con Cranpi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello/con il sostegno e debutto nazionale di Romaeuropa Festival/con il sostegno del Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale, Teatro Biblioteca Quarticciolo/con il contributo dell’Istituto Italiano di Cultura di Montevideo/un ringraziamento a Fivizzano27.

Romaeuropa Festival, Teatro Vascello, Roma, prima nazionale, dal 12 al 16 novembre 2025.

Le prossime date di novembre: Teatro Morlacchi, Perugia, dal 26 al 30 novembre 2025.

- ph - Gianluca Pantaleo