Il lutto si addice a Elettra

Catena di colpa e vendetta: ecco la vita

(Eschilo)

È talmente bravo Paolo Pierobon che è davvero un peccato sia morto così presto. Ma vallo a dire a Eugene O’ Neill che nella sua formidabile riscrittura dell’ Orestea di Eschilo che è Il lutto si addice a Elettra, non ha riservato al novello Agamennone, rinominato Ezra della famiglia Mannon, una sorte meno crudele.

Come Agamennone, anche Ezra fa ritorno dalla guerra, ma qui non è la guerra di Troia ma di secessione americana, e come Agamennone scopre che la moglie Christine, già Clitemnestra, lo ha tradito con il capitano Brant, già Egisto.

La storia del Re di Micene la conosciamo. Tradimenti, ritorsioni, conti in sospeso, omicidi, matricidi, amori incestuosi, processi e assoluzioni, grazie alla difesa del Dio e all’intervento provvidenziale della Dea. Nella trilogia eschilea il Fato esercita la sua irrevocabile funzione. C’è qualcuno o qualcosa che cala dall’alto o arriva da fuori per salvare il salvabile. In questo caso, uno che ammette di essere il vero responsabile di un delitto efferato, compiuto da un povero orfano senza colpa, se non quella di avere accondisceso a un suo ordine. Detta facile, suona più o meno così.  

Non siamo noi i colpevoli. E se c’è qualcuno che ci ha indotto in errore, c’è anche qualcuno che ci verrà a scagionare. Non siamo soli.

Ma se il Dio non c’è? Se Dio è morto o non si occupa delle umane vicende?

Allora siamo soli di fronte a noi stessi, ai nostri mostri, ai nostri fantasmi: vittime o carnefici, siamo soli e inermi di fronte alla verità. E la verità occultata e poi rinfacciata può diventare arma letale. Ezra muore di verità, scaraventatagli addosso con il preciso scopo di toglierselo di mezzo. Di fare spazio a un sentimento nuovo, da legittimare felici e impuniti.

“Nessuno potrebbe mai immaginare un omicidio in casa Mannon”. 

Invece no. Perché sgomberato il campo, eliminato l’intralcio, si ritorna soli, unici responsabili delle nostre scelte e delle nostre azioni.

Né vale raccontarsi la favoletta del capro espiatorio, per non inoltrarsi nelle pieghe del nostro subconscio, per non guardarsi allo specchio.

E lo specchio, in questo allestimento de Il lutto si addice a Elettra messo in scena da Davide Livermore per il Teatro Stabile di Genova, è imprescindibile elemento dialettico. Labirintica proiezione di menti deviate, o soltanto esposte a endemiche intemperie, lo specchio, come le quinte oblique e i fondali retrattili, riflette e rifrange, sorprende, confonde, perturba.

Il perturbante è il centro del dramma e il dramma è senza baricentro. Blindato in una scatola senza via di uscita. Costretto in un dispositivo che invece di prospettare una soluzione possibile, pare generatore di ulteriori conflitti. L’equilibrio è un miraggio. Le relazioni distorte, la comprensione impossibile, i personaggi avviluppati nelle proprie ossessioni, ingabbiati nella menzogna che si sono costruiti.  

Di venti presenti nella stesura originale, lo spettacolo, nella efficace traduzione di Margherita Rubino, ne mantiene sette, e tutti sono oberati da un castigo da espiare.

Ezra Mannon, generale nordista, succube suo malgrado del proprio potere, tradito, mal sopportato e tolto di mezzo dalla consorte, accusato di avere abbandonato sul campo il figlio ferito senza struggersi troppo; Christine (Elisabetta Pozzi), sposa fedifraga e competitiva, schiava fino alla fine della propria passione e della propria menzogna; Lavinia (Linda Gennari), colei che incarna e sconta  il complesso di Elettra, il personaggio su cui grava l’eredità di colpa di un’intera famiglia, colpa non più inscritta nel Fato ma nelle leggi non scritte di una società puritana, ipocrita, conformista, che nasconde la vita e sue vibrazioni dietro una labile facciata di perbenismo borghese; Orin (Marco Foschi), morbosamente amato, scientificamente manipolato, follemente geloso. E poi Brant (Aldo Ottobrino), ovvero la vendetta che attende covando in silenzio, fingendo di amare o amando davvero, prima di esplodere in un’impossibile nemesi che non lo risparmia. Accanto a loro, un ragazzo e una ragazza, due giovani buoni partiti  per la discendenza dei Mannon (Davide Niccolini e Carolina Rapillo) che rivestono il ruolo del coro, un coro defraudato dall’onere del giudizio, abbandonato a sé stesso, instabile testimone di questo inestricabile coacervo di vite.

Con Il lutto si addice a Elettra, O’Neill scrive uno dei drammi più belli e potenti della drammaturgia americana, reinterpretando la trilogia eschilea in chiave psicologica, e portando in primo piano sentimenti scorretti, pulsioni represse, desideri inconfessati che informano relazioni esistenziali e senza tempo.

Anch’esso suddiviso in tre parti – Ritorno, L’agguato e L’incubo – ripercorre l’arco temporale della famiglia Mannon fino alla fine, che è annientamento e autoannientamento, quasi per contagio, a effetto domino, in una spirale di morte reale, inflitta, paventata o assunta su di sé come unica possibilità di sopravvivenza.

In questo spettacolo carico di segni neri, tombali, claustrofobici, il lutto a vita di Lavinia è annunciato fin dall’inizio.

La sua presenza in scena dice da subito dell’incombenza di legami familiari, condizionamenti, conflitti intestini tra madre e figlia. Un lutto anticipato, il suo, ribadito da somiglianze indiziarie, odi atavici rivendicati come coltellate, ricatti espliciti e battute trasversali, sguardi assassini, trappole amletiche tese per smascherare inganni e bugie. E dall’altra parte, dinieghi, falsa accondiscendenza, persino baci inferti come silenziatori d’emergenza.

Su tutto e tutti pesa una cappa di menzogna, sospetti e malafede.

Insomma si respira aria inquinata. Ma mano a mano che la menzogna avanza, sale a galla la verità. Cristallina, lancinante, inaccettabile al punto di preferirle la morte.

Agli attori tutti possiamo solo essere grati per avere incarnato tabù secolari e averli resi veri e presenti,  familiari: e non soltanto perché consumati dentro quella cellula chiusa che è la famiglia ma perché perturbanti, appunto.

Impegnati a modulare la sincerità dei dialoghi tra sospensioni oniriche e ripercussioni del pensiero che chiedono invece una recitazione non naturalistica, si muovono perlopiù con una gestualità stilizzata e movimenti geometrici, come seguissero segni precisi sul palcoscenico, con primi piani molto cinematografici.

Elisabetta Pozzi è sempre la magnifica Pozzi di cui mi innamorai una trentina di anni fa (in realtà un po’ di più), ancor prima di quando fu Lavinia, accanto alla Christine di Mariangela Melato, nella regia di Luca Ronconi. Mi sento solo di dire che la sua presenza in allestimenti di qualità giova certamente allo spettacolo ma anche alla sua gloria; di Paolo Pierobon ho già detto ma aggiungo che la morbosità con cui dà vita a Ezra riesce persino a farci parteggiare per l’assassina, un buono, forse, ma insopportabile, viscido come una mano allungata sul corpo di chi non lo desidera. Mi domando se non potrebbe essere un’idea farlo ricomparire qua e là come spettro disturbante, ora rimosso come il senso di colpa, ora misconosciuto come un sollievo; Aldo Ottobrino è un convincentissimo Brant, molto diverso da quello stolto smidollato di Egisto: intelligente e stratega, sensuale, insinuante senza dare a vedere, animato da una rivalsa non si sa quanto sana ma tutto sommano comprensibile; Marco Foschi dà al suo (molto) edipico Orin una credibile mobilità: sprovveduto e senza difese di fronte alle menzogne della madre, assertivo assassino per gelosia, stretto dal rimorso e dal senso di colpa, goffo e un po’ maldestro nel transfert con la sorella. La meravigliosa Lavinia di Linda Gennari. Attrice più volte presente nei lavori di Livermore, dà a questa giovane donna un equilibrio plastico tra allegoria e verità. Tra la quotidiana pena di una figlia infelice di buona famiglia e la statura e la bellezza di un’eroina tragica contemporanea.

Le scene, firmate dallo stesso Livermore, sono modulate su un chiaro scuro da cinema d’epoca, con suggestioni bergmaniane, sottolineate da luci (Aldo Mantovani) che portano in primo piano il non detto, i silenzi, le espressioni del volto.

Così le musiche (Daniele D’Angelo), una colonna sonora che segna i momenti di svolta, le virate emotive e contrappuntano con suoni e rumori piccoli gesti e movimenti che altrimenti sarebbero impercettibili  (come quello di un bicchiere poggiato a terra, per esempio).

E infine i costumi (Gianluca Falaschi) che vestono Christine e Lavinia di rosso: non un rosso qualunque, ma un rosso che vira sul nero, come il fascio di fiori con cui Christine ha fatto il suo ingresso in scena, come il sangue di Edipo.

di Alessandra Bernocco

Il lutto si addice a Elettra di Eugene O’Neill/Traduzione di Margherita Rubino/Regia e Scene di Davide Livermore/Interpreti: Paolo Pierobon (Ezra Mannon); Elisabetta Pozzi (Christine Mannon); Linda Gennari (Lavinia Mannon); Massimo Foschi (Orin Mannon); Aldo Ottobrino (Adam Brant); Carolina Rapillo (Hazel Niles); Davide Niccolini (Peter Niles)/Costumi di Gianluca Falaschi/Musiche di Daniele D’Angelo/Luci di Aldo Mantovani/Produzione: Teatro Nazionale di Genova in coproduzione con Centro Teatrale Bresciano per il 2026; Teatro Ivo Chiesa, Genova, prima assoluta 11 ottobre 2025

Tournée: Palermo, Teatro Biondo, 7 – 11 gennaio/Napoli, Teatro Mercadante, 14 – 18 gennaio/Torino, Teatro Carignano, 21 – 25 gennaio/Brescia, Teatro Sociale, 27 gennaio – 1° febbraio/Trieste, Teatro Rossetti, 5 – 8 febbraio/Treviso, Teatro Del Monaco, 12 – 15 febbraio