Tutto ciò che è profondo ama mascherarsi, le cose più profonde odiano l’immagine e la similitudine
(F. Nietzsche)
Quando pensiamo a Martin Margiela e alla sua estetica, ricordiamo la maschera. Celarsi e celare era il suo marchio. La sua etichetta un processo numerico che indicava la produzione di un oggetto di design da cui era allontanato l’ego del creatore. Un pensiero dadaista di presa di distanza, di oggettività, di onestà creativa. E cosi pure di relazione con l’altro, da cui nasceva un rapporto generativo di creatività. L’altro come ragione di vita. Un atteggiamento unico nella Moda che invece ama celebrarsi, visualizzare, trasfigurare. I simboli della Moda vanno spesso al di là dell’immediatezza del significato, divenendo archetipi. Nacque da un’esigenza concreta di evitare il costo dell’immagine della modella e ne divenne l’emblema. E ancor di più i quattro punti di cucitura dell’etichetta riconoscibili all’esterno del capo (o dell’accessorio), diventavano parole di un lessico sartoriale fatto di gesti precisi. Martin il couturier. Così ama ricordarlo Jean Paul Gaultier…a Martin non dovevi insegnare nulla, lui sapeva già, era abile e intelligente.
Una maschera rivela, non è solo una scelta personale, ma il risultato di una percezione esterna, spesso una considerazione superficiale. “Chiunque viva sotto una maschera, è la maschera quella con cui abbiamo a che fare e che va giudicata”. Apparire ed essere si fondono tant’è che persino un esteta come Oscar Wilde sosteneva che “Solo gli stupidi non giudicano dalle apparenze”, essendo essa (l’apparenza), rivelatrice dell’intimità, della realtà celata. Il travestito mette in luce la sua vera identità, quella sentita nel profondo. La sua maschera è strettamente collegata con la sua parte oscura diventandone rivelazione. (Eugenie Lemoine Luccioni).
Margiela e la maschera, ogni libera interpretazione nasce da lì, da quella fascinazione misteriosa che trasfigura l’abito in performance, e lo adorna di altri significati, lo collega a quel territorio cieco e buio dove tutto è possibile. Ma possono essere capelli che coprono il volto e mostrano un corpo “al contrario”, o un trucco nero come sfumatura etnica rituale, o ancora grandi occhiali a lenti nere. Riferimenti che diventano citazioni (o citazionismi) che rimandano direttamente agli anni ’90 di Leigh Bowery ed alle sue performance libere e dissacranti che facevano il verso ad una Moda borghese e sempre uguale, rassicurante. La maschera bianca con i capelli che colano neri ( inked egghead), nella Maison Margiela FW 2013/14 couture, dove ogni maschera era diversa dall’altra.
Restano i Margiela-ism senza visione, senza anima, senza senso. Ma se vestirsi è un rischio estetico e personale di dire agli altri chi siamo senza se e senza ma, allora diventiamo maschera nel solo atto di scegliere in bene o in male, copiando o creando quel che ci mettiamo addosso. Persino il rifiuto di seguire i trend moda diventa esso stesso atto politico. Un atto che mette sullo stesso piano chi detta la Moda e chi la segue in quell’incessante e assurda corsa “all’originalità”, al volere apparire per essere, alla similitudine se non alla copia. Una ricerca di immagine tout court, che riscatti quel collegamento con l’oscuro che ci identifica e ci fa soffrire, negato dagli esteti del web, da una società ormai irrimediabilmente priva di dolore e di speranza. (Byung Chul Han).
di Alessandro Turci
