Quello che Pinter fotografa in questa commedia acidissima scritta in sei settimane, è la dissoluzione della famiglia, dell’idea stessa di famiglia fondata su legami di sangue e su accordi più o meno pacifici, sulla distribuzione dei ruoli e la possibilità di costruire un equilibrio inoffensivo tra padri, figli, fratelli, spose avventizie e memorie di madri da tirare fuori a piacimento.
L’offesa invece è proprio il modus di relazione che permea i rapporti e comincia da Max (Massimo Popolizio), il padre “esemplare” nell’arte del disprezzo e della frustrazione.
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Se la gente vuole vedere solo le cose che può capire, non dovrebbe andare a teatro; dovrebbe andare in bagno.
(Bertolt Brecht)
Dal punto di vista umano l’azione del teatro come quella della peste è benefica, perché spingendo gli uomini a vedersi quali sono fa cadere la maschera, mette a nudo la menzogna, la rilassatezza, la bassezza e l’ipocrisia.
(Antonin Artaud)
Nello spettacolo le poesie di Ivano Ferrari, operaio nel macello comunale di Mantova, con l’interpretazione di Pietro Babina per riflettere sulla crudeltà verso gli animali, spesso lo specchio di quella riservata agli uomini.
Nello spettacolo, prodotto da Nexus Factory, Tempo Reale ed EstOvest Festival, si innestano suoi materiali diversi: le composizioni di Berio Visage, per suoni elettronici e la voce di Cathy Berberian su nastro magnetico (1961), Les mots sont allés…, “recitativo” per violoncello (1976 – 78), Sequenza XIV, per violoncello (2002) e I colori della luce (1963), presentate in esecuzioni esclusive autorizzate dagli eredi del compositore; Visioni su “Visage”, in cui Roberto Masotti e Silvia Lelli interpretano visualmente Visage (montaggio di Gianluca Lo Presti/Mammafotogramma) e i rari video di Bruno Munari e Marcello Piccardo.
Parliamo del Teatro di Paglia e della rassegna diretta da Manuela Mandracchia e Fabio Cocifoglia, organizzata dall’Azienda agricola Il Nemus, un’esperienza virtuosa che fa parte di un più ampio progetto altrettanto virtuoso che è la Rete dei Teatri di Paglia, diffusa in tutta Italia e nata nel 2011 in seguito al successo del primo Teatro nato nel 2003 a Rendola, un paesino toscano sui colli aretini nel comune di Montevarchi, da un format di Nicholas Bawtree.
Starete comodamente seduti, garantisco, su apposite balle di paglia disposte in un anfiteatro naturale, nel silenzio assoluto della sera che cala, a mano a mano che la visita guidata ai celebri bronzi procede.
D’accordo, si gioca ma nemmeno poi tanto. Perché il suggerimento è vivissimo e la bellezza incontaminata del luogo vale la trasferta. Se poi è corroborata dalla visione di uno spettacolo cult come Il custode, una chicca nel repertorio di Paolo Triestino, a maggiore ragione.
Improvvisamente l’estate scorsa è il dramma più simbolico e visionario ti Tennessee Williams. L’opera in cui, oltretutto, l’autore americano ha inserito molti riferimenti alla sua vicenda personale e familiare. Sono espliciti i riferimenti ad una omosessualità vissuta con molti sensi di colpa, in un periodo in cui Williams veniva invitato dal suo medico personale a reprimerla, e alla vicenda della sorella Rose, sottoposta ad un intervento di lobotomia con il consenso della madre. La trama si sviluppa come un thriller psicologico intorno alla misteriosa morte di Sebastian…
Due che mettono soggezione. Per come, giocando, si mettono a nudo. Per come giocano mettendosi a nudo. Jouer, to play. Il teatro senza fraintendimenti. Ce lo dispensano in un’acrobatica ora e mezza due giovanissimi istrioni del palcoscenico, Alessandro Bandini e Alfonso De Vreese, attor giovani, si sarebbe detto una volta, virgulti pieni di belle speranze a cui si rispondeva con promesse attendibili. Under trenta, trentacinque, abbiamo preso a dire adesso: da quando sparuti finanziamenti con bandi dedicati hanno finto di incoraggiare le giovani leve per far fuori gli over meritevoli senza tante spiegazioni. Tant’è. Quello che è certo è che questi due, di under, hanno soltanto l’età.
Il testo è una rocambolesca e assai verosimile storia d’amore scritta da un altro under trenta o giù di lì, Diego Pleuteri, al quale il regista over trentacinque ma under quaranta Leonardo Lidi ha di nuovo dato fiducia perché è giusto non aspettare che un giovane autore sia stanco di provare a fare l’autore e venga preso sul serio finché siamo in tempo.
Occorre tutta la nostra buona volontà e forza d’animo per potere vivere e lavorare in una realtà in così veloce trasformazione, e anche coraggio. Una qualità che l’umano contemporaneo pare abbia perduto, reminiscenza di ricordi lontani quando si moriva per una fede. Ora siamo incerti e spaventati, confusi su quale direzione prendere, a chi dare retta, presi tra evoluzione tecnologica ed empatia, conservatorismo e progressismo, destra e sinistra, idealismi e necessità. La convenienza a cui un certo progresso ci ha abituato, ha spazzato via ogni resistenza, ogni capacità di opporsi, di lottare.
Questo sono i sogni: stanze vuote comunicanti. E quando l’infrangersi della fiducia nella realtà crea ombre, solo i cristalli di luce surreali dei bicchieri rotti, delle gocce di pioggia o delle lacrime, l’apertura di una porta verso l’interno, nel buio, per fare entrare la lampadina del corridoio, o la luce del sole dalle fessure delle tapparelle, con le pareti a strisce e il pavimento occupato dai dettagli a pezzetti, il giallo acceso di una lampada lungo un letto sperduto, o una scrivania invasa, che si allunga per gli spigoli sui soffitti, solo questi sprazzi di immaginifico possono riportarci all’interno del tutto, e sopra le cose di tutti i giorni. È come leggere, o scrivere, quando diventa necessario, essenziale, per singole parole sopraggiunte. Intravedendo. Sospettando. Inventando.
L’invito è a leggere. E io aggiungo: a scrivere!
Di queste Schegge disordinate a inchiostro policromo, spettacolo di Fausto Cabra, regista, testo di Gianni Forte, con Raffele Esposito, Anna Gualdo ed Elena Gigliotti, si è già scritto moltissimo. I feedback di pubblico e critica che passano anche attraverso i social, megafono non soltanto di pance ma anche di teste ben avvezze al teatro, sono sostanzialmente concordi nell’approvare l’operazione.
Si intitola Stabat Mater e infatti la mater stabat. Stava la madre comodamente adagiata su una poltrona, un metro sopra il resto del mondo. Non già inginocchiata e straziata ai piedi del figlio crocifisso, ma composta e immobile nella sua torre di controllo, di profilo per dare meno nell’occhio (presidio garantito ma apparentemente distratto) e probabilmente all’oscuro che la sua effige incombesse su chi si trovava di sotto.
Proiettata su uno schermo, questa volta frontale, grande quasi quanto la scena.
Parliamo dello spettacolo andato in scena alla Sala Mercato di Genova dal 1° al 6 aprile 2025, diretto e interpretato da Liv Ferracchiati insieme a Francesca Gatto, Chiara Leoncini, Livia Rossi…
