Walter Mosley e il noir-noir di Easy Rawlins

“Easy, you changed”
“How’s that?”
“You use’ t’be kinda scared of everything. Take them little nigger jobs like gardenin’ and cleanin’ up. Now you got this nice house and you fuckin’ some white man’s girl”
“I ain’t touched her, man”
“Not yet”
“Not ever!”

(Devil in a Blue Dress – Walter Mosley)

Con Walter Mosley, il noir si tinge di nero. Lo scrittore ha regalato agli afro-americani e al mondo intero uno dei personaggi più affascinanti della letteratura hard boiled di tutti i tempi: Ezekiel Rawlins, detective per necessità. Attraverso gli occhi di Easy si ghettizzano i topoi di un genere prettamente yankee e si va alla scoperta della realtà underground degli USA anni ’50.

Nato da padre afroamericano e madre ebrea, Walter Mosley, classe 1952, non potrebbe essere più rappresentativo di una minoranza bistrattata. La sua città natale, Los Angeles, è lo scenario per eccellenza della narrativa poliziesca e del crimine. Questi due elementi hanno fatto dello scrittore, l’innovatore di un classico. Con Mosley, il noir parla lo slang del ghetto e dei sobborghi sud della città degli angeli.

Easy, per la precisione, viene da Watts, lì dove nell’estate del ’65 partì la sommossa razziale che contrappose neri e polizia.

Ma in Devil in a Blue Dress (1990), primo titolo della serie di romanzi di cui egli è protagonista e personaggio narrante, siamo qualche anno prima di quelle vicende: nel ’48. La Seconda Guerra Mondiale è terminata da poco e i neri, tra i quali anche il nostro eroe, hanno dato il loro contributo di sangue e piombo a una causa dalla quale li separa molto più di un oceano.

E le condizioni, una volta tornati in patria, non cambiano più di tanto. Nonostante i maschi neri abbiano conquistato l’appellativo di Mr., vengono ancora considerati subumani. E chi, meglio di un topo, potrebbe andare a rovistare nella fogna urbana per svelare i segreti della perversione yankee? Un topo alla riscossa sociale, che brama un lavoro per pagarsi il mutuo. È così che Easy diventa, suo malgrado, investigatore sulle tracce di una ragazza dalla pelle bianca, il cui nome è fatalmente associato a una serie di guai.

Ciò che colpisce da subito, nei romanzi di Walter Mosley, è il realismo dei suoi personaggi. Lontano dagli stereotipi decadenti, sì, ma sempre intimamente superomistici del genere, Easy Rawlins è una figura credibile che si muove in un habitat tridimensionale. I bar fumosi del noir classico, qui si trasformano nei retrobottega adibiti a sale gioco per uomini di colore, nei quali circola il whiskey di contrabbando e, attorno ad esso, un’umanità emarginata e allo sbando; quei barrelhouse con una colonna sonora di jazz rustico, all’interno dei quali i bianchi sono accolti come extraterrestri. Ciò che rende ancora più realistica l’atmosfera che si respira nei romanzi di questo autore è il dialogo. Easy cambia registro a seconda che stia parlando con un bianco o con un ‘fratello’. Quando la situazione si fa più concitata, il suo lessico assume le contrazioni e le sgrammaticature dello slang da ghetto. La dinamicità di certi scambi non può che spingervi a recitarli, a mezza bocca, con la cadenza musicale e biascicata del Sud degli Stati Uniti.

Ancora più realisticamente di quanto accadeva con il detective Tibbs, recitato da Sidney Poitier attorno agli anni ’70, nella saga di Easy Rawlins ci si può immedesimare nella problematica psicologica dei rapporti dei neri con i bianchi. Una strategia di docile sudditanza meramente esteriore, volta a circumnavigare gli inevitabili problemi, l’imbarazzante senso di gratitudine verso qualsiasi feccia dal viso pallido che dimostri assenza di preconcetti, l’irrinunciabile esplosione di orgoglio umano davanti ai soprusi inaccettabili.

Devil in a Blue Dress di Walter Mosley è stato tradotto da Hollywood nell’omonimo film che vede protagonista Denzel Washington nei panni di Easy Rawlins.