A Forbidden Distance

Credo che la differenza sia minima tra un paese che bombarda e uno che offre le basi militari. Fanno parte dello stesso ingranaggio.

(Mohammed Mehrabani)

Lo spettacolo A Forbidden Distance è una performance audiovisiva di un collettivo composto dai fratelli irano-canadesi Mohammad e Mehdi Mehrabani (Saint Abdullah), il musicista e compositore irlandese Ian McDonnell (Eomac), la video artista e regista di origini italiane e australiane Rebecca Salvadori e l’artista visivo londinese Charlie Hope. È stato presentato l’8 marzo 2026 al Teatro dell’Arte della Triennale di Milano, in occasione della Nona edizione di Fog, il festival di Performing Arts diretto da Umberto Angelini. La composizione è una commissione di Times (The Indipendent Movement for Electronic Scenes) un progetto che ogni anno finanzia opere, residenze e spettacoli dal vivo di artisti che provengono da tutta Europa, promuovendo la collaborazione e lo scambio di esperienze al di là dei confini e delle nazionalità, in un’epoca di sovranismi e tribalismi apparentemente trionfanti.

Nelle esecuzioni dal vivo dell’opera, la musica elettronica e le immagini sono eseguite e montate in diretta dai diversi autori, tutti presenti sul palco con le loro consolle. È un dialogo costante tra i componenti dell’ensemble, in cui la parte sonora si innesta ai video amatoriali della famiglia di Mohammad e Mehdi, alle interviste concesse dagli stessi performer, agli elementi visivi astratti o ai flussi di testo.

Quello che emerge è un racconto di sradicamento, esilio, ricerca di un rifugio sicuro: “Mia madre, dichiara a un certo punto della proiezione Mohammed, ci filmava per mostrare ai parenti rimasti in Iran com’era vivere in Occidente. Molte delle videocassette utilizzate nello spettacolo nascono dalla fuga dalla guerra tra Iran e Iraq, dove sono morti mio nonno e mio zio e in seguito alla quale abbiamo lasciato Teheran. Mio padre dice sempre che il regalo più grande che ci ha fatto non è stato l’amore, ma un passaporto canadese”.

A Forbidden Distance indaga, partendo dalle biografie degli artisti, il senso che assume la vita di un individuo costretto a spostarsi e a vivere nei flussi nomadici dei nostri tempi. Contiene elementi di verità e altri più inafferrabili, ma la forma dell’audiovisivo permette alle contraddizioni di emergere senza offrire risoluzioni consolatorie.

Ciò non vuol dire, però che lo spettacolo manchi di una visione politica precisa o di un punto di vista determinato.

Le storie di migrazioni sono condivise da tutti i membri del collettivo e risulta chiaro il giudizio negativo su quei poteri autocratici che stanno trascinando il mondo verso il caos e la guerra generalizzata.

Gli artisti coinvolti hanno anche un approccio comune al campionamento, per l’utilizzo, come elementi fondamentali, di frammenti di suoni e immagini, raccolti precedentemente in archivi della memoria.

Il filosofo francese Gilles Deleuze sosteneva che ci fosse un’arte che mira a forme chiuse e un’altra che rimane programmaticamente frammentaria, ed entrambe, a suo parere, fanno riferimento a determinate esperienze storiche e sociali. La prima è espressione di una società che si auto-percepisce come unitaria. L’arte frammentaria invece è il riflesso estetico di una collettività minoritaria, composta da soggettività in divenire, anche perché eredi di una cultura oppressa e inibita.

In A Forbidden Distance si coltiva l’estetica del frammento, anche se lo spettacolo riesce a trasmettere la fiducia, quasi l’intimità, che si sviluppa tra gli artisti attraverso le performance, le sessioni in studio e le conversazioni.

Le diverse narrazioni si sovrappongono, ma il risultato ha un valore superiore ai singoli contributi, come se a esprimersi fosse un’unica voce collettiva.

Allo stesso modo si fondono i beat e i sample techno di Ian McDonnell con i suoni ambient, jazz e dub di Saint Abdullah.

Il pubblico in sala risponde con un’attenzione e una concentrazione assoluti, quasi a non voler rompere l’incanto.

A Forbidden Distance esplora dunque, attraverso i vissuti familiari e personali degli artisti, la condizione di quella particolare tipologia di migranti che sono i rifugiati, i richiedenti asilo o comunque quelle persone che nel loro paese sono in una situazione talmente pericolosa da essere costrette a spostarsi, a fuggire.

I migranti forzati, così sono denominati, dovrebbero godere della protezione legale e giuridica degli organismi internazionali, in primo luogo dell’Onu, che invece tardano a intervenire per i pregiudizi, la diffidenza, gli ostacoli all’accoglienza e all’accettazione di tutti quei paesi, e sono molti, che si rifiutano di collaborare.

I migranti forzati sono cresciuti in modo esponenziale in poco tempo: se nel 2021 erano 89,3 milioni, nel 2024 sono arrivati a più di 123 milioni. L’incremento negli ultimi anni è stato rilevante e sta ad indicare che il bisogno di protezione internazionale avanza velocemente, più della capacità degli stati di fornire risposte efficaci e dignitose.

Le ragioni di tale aumento sono stati, da un lato, i 56 conflitti armati nel mondo, fra cui 5 guerre (Israele-Hamas, Israele e Usa contro l’Iran e le milizie scite in Libano; Russia-Ucraina, guerra civile in Myanmar; guerra civile in Sudan) e 20 conflitti ad alta intensità (tra i più sanguinosi: Yemen, Siria, Etiopia, Somalia, Afghanistan, Haiti, Repubblica Democratica del Congo, Burkina Faso, Mali, Venezuela) e, dall’altro, le emergenze climatiche e ambientali (sono circa 10 milioni i rifugiati ambientali, cui vanno aggiunti altri 30,7 milioni di persone in fuga dalle catastrofi naturali).

Quindi, un numero sempre più grande di persone nel mondo ha la vita segnata da esperienze traumatiche che lasciano ferite profonde e difficilmente rimarginabili. Ma anche se riuscissero a guarire e molti rifugiati ne conservano la speranza, in ogni caso l’essere dei sopravvissuti e lo stato di esiliati rimarrebbero le condizioni permanenti della loro esistenza.

di Bruno Milone

Performance: A Forbidden Distance Saint Abdullah, Eomac, Rebecca Salvadori & Charlie Hope

Triennale Teatro Milano Viale E. Alemagna 6, 20121 Milano 8 marzo 2026, ore 19.30 PRIMA ITALIANA

Crediti Musica: Mohammad Mehrabani, Ian McDonnell Film: Rebecca Salvadori

visto nell’ambito del FOG Performing Arts Festival.