Taryn Simon e la semiotica dell’arte

foto di Chiara Merlo

Credo che noi in America siamo arrivati alla fine di uno sviluppo, perché ci ripetiamo un anno dopo l'altro, benché nessuno sembri accorgersene

Penso che il lavoro dell'artista sia quello di ricordare alle persone ciò che hanno scelto di dimenticare

(Arthur Miller)

Quest’anno ho avuto la fortuna di poter vedere da vicino le opere concettuali di Taryn Simon esposte al Guggenheim di New York, in quello che posso considerare il loro luogo più ideale.

Sì, è una fortuna poter andare dall’altra parte del mondo, poterselo permettere, di questi tempi fatti di rinunce e mortificazioni economiche, escogitate oramai per tutti, e tali da costringerci in recinti di regimi autarchici fra di loro in apparenza culturalmente contrapposti (regimi che si dicono democratici, dove si adottano strategie di “nuova” economia lungimirante, fai da te, per pochi …ma neanche per gli interessi egoistici di quei cafoni ulttaarricchiti che “si fanno” di macchine, di droga, e di escort, e che fra un po’ dovranno vedersela anche loro con l’implosione spietata e la ecatombe di tutti i sistemi capitalistici esistenti, anche quelli della criminalità organizzata e dei mafiosi!).

Ho avuto quindi il privilegio di avere un contatto diretto con un’artista di questo calibro, con la sua complessità espressiva emotiva, e i significati che riesce a veicolare attraverso le sue opere simboliche, che in un certo senso possiamo considerare la chiave di lettura del tutto attuale.

E però, ogni volta che mi allontano dal mio contesto artistico – culturale, mi rammarico sempre del fatto che, a confronto, l’Italia non riesca più a tirar fuori artisti così indipendenti e innovativi, cioè che sappiano essere così critici del loro stesso Paese e di tutte le culture occidentali, contemporaneamente, come invece continua a fare, nonostante tutto, l’America, attraverso i suoi figli più disobbedienti – a maggior ragione se sponsorizzati, paradossalmente, com’è Taryn Simon, da una delle gallerie più potenti di NY/Los Angeles/Londra, la Gagosian.

Da noi l’avanguardia culturale è spesso fatta di fuffa, e di aiuto alle mere propagande progressiste (senza più “manifesti”), propagande che tradiscono continuamente se stesse, specie quelle che sanno meglio mimetizzarsi, la cui arte, apparentemente provocatoria, dissidente, rivoluzionaria, è invece semplicemente “pagata”, e premiata, attraverso i circuiti del consenso a sinistra, con i finanziamenti pubblici/sistema clientelare culturale da quegli stessi che ne dovrebbero avere timore.

Non si spiega sennò perché gli artisti siano sempre gli stessi, asfittici, senza ricambio d’aria, e soprattutto senza echi internazionali (la nostra arte non interessa oramai più a nessuno fuori da questo recinto), a uso e “consumo” delle stantie politiche provinciali di autocompiacimento intellettuale, con tecniche ideologiche “riconosciute” e fin troppo abusate: marketing di una sinistra piccola e meschina, borghese, quella istituzionale, che non abbandona le poltrone della cultura ai più giovani, pur non riuscendo per niente a contrastare, neanche per amore della causa raccontata a se stessa, i soprusi e gli inganni culturali delle destre che si autoproclamano “vincenti”. Sinistre antiamericane a prescindere (più che antiamericaniste), che intanto usano linguaggi vecchi e obsoleti, e che di parlare alle nuove generazioni non hanno proprio, davvero, alcuna intenzione, e poi del resto non lo saprebbero fare). Al mio ritorno la domanda più diffusa, a sinistra, non a caso è stata: come hai fatto ad andare in America in questo preciso momento storico?! Perché? “Restare” (resistere) in Italia, invece, può fare per caso in qualche modo la differenza nel mondo?

Foto di Chiara Merlo fatta al Guggenheim

Ammetto qui una mia certa deriva narrativa apparentemente qualunquistica (che non è), umorale, rabbiosa, frustrata, politica, a premessa di un commento incantato di fronte a tale capacità di fotografare l’infotografabile. Questo perché mi brucia la consapevolezza (il “rosicamento”) che noi non lo sapremmo fare: fotografare l’infotografabile.

 “Attratta da cose che ufficialmente non esistono o non possono essere viste, la fotografa newyorkina documenta e ricostruisce situazioni che si concentrano sul rapporto tra ciò che appare certo e la verità, tra il potere e il controllo, riflettendo su come la mente umana sviluppi le proprie convinzioni” (Giuseppe Santagata).

“Di come la mente umana sviluppi le proprie convinzioni”. Non è un caso che di recente io abbia letto un articolo di psicologia su come sia più facile “convincersi” e farsi convincere, piuttosto che approfondire la realtà che è diventata fin troppo complessa. È così che poi valgono le sintesi, e spesso le più grossolane, che pure qualcuno ritiene siano espressione di un’ottima capacità comunicazionale. Ma quando mai?!

Qualcun’altro al contrario, questa capacità di convincere (le masse) la chiama “la dittatura delle convinzioni”, perché se le convinzioni da una parte ci aiutano ad adattarci a una realtà fortemente aggressiva, ostile, dall’altra diventano così identitarie da schiacciare inesorabilmente il pensiero dell’altro, rendendo del tutto impossibile qualsiasi confronto e cambiamento individuale e collettivo.

Da noi questo sistema di convinzioni si è addirittura polarizzato ed estremizzato. Così che ogni comunicazione, specie dei partiti che ci rappresentano (!) è diventata sempre più, come abbiamo detto, propaganda populista, perciò infarcita di luoghi comuni e frasi fatte, predisposta sempre e solo al conflitto più aspro non costruttivo. Impaludati nelle nostre convinzioni che con la realtà e con il vero spesso non hanno nulla a che fare.

Foto di Chiara Merlo fatta al Guggenheim

E allora varrà quello che dice Palahniuk (scrittore da me tanto amato, e pure statunitense) secondo il quale “concordare su una cosa è il primo passo per trasformare una bugia in realtà. E quando tutti cominciano a raccontare la stessa bugia, allora non è più una bugia. Non più.”. Il consenso sociale secondo Palahniuk evidenzia come la “realtà collettiva” sia spesso un accordo artificiale.

Se un numero sufficiente di persone decide di credere o ripetere la stessa versione dei fatti (la bugia), e se ne convince, quella narrazione finisce per sostituirsi alla verità oggettiva. Palahniuk critica così ogni conformismo, le sintesi facilone e superficiali, mediatiche (sempre più di parte), e anche il modo in cui le comunità creano miti condivisi o illusioni rassicuranti per sfuggire al caos.

E questa artista smonta la bugia, la realtà condivisa per convenienza.

Ma come Palahniuk, lo stesso disse Arthur MIller qualche tempo prima, ma sempre attuale (altro scrittore e drammaturgo statunitense), ciò sulla grande depressione del 1929, sostenendo (ne “L’Oologio Americano”) che la verità è persuasione, e che basta convincersi che lunedì è venerdì…”Credevano nella più importante di tutte le cose: che non c’è niente di reale. Che se era lunedì e tu volevi che fosse venerdì, e riuscivi a convincere abbastanza gente che era venerdì, allora era venerdì davvero!“

Miller ha evidenziato come il consenso di massa o la paura collettiva possano distorcere la percezione della realtà, trasformando menzogne e isteria in una “nuova realtà” ufficiale a cui gli individui scelgono di conformarsi per istinto di sopravvivenza o debolezza morale, esplorando spesso il contrasto tra la realtà della vita dei suoi protagonisti (fallimenti, mediocrità) e l’illusione/consenso acritico verso il “sogno americano” dettato dalla società.

Ecco perché nuovamente vi dico ho scelto di presentarvi questa artista (certo a mio modo), e perché ho scelto di guardare meglio alle sue opere. Perché c’è tutto un lavoro del novecento fino ad oggi, di “scrittura” artistica americana, ad arrivare fino a lei. E cavolo se certi americani stanno combattendo contro lo stato delle cose.

Foto di Chiara Merlo fatta al Guggenheim

Questa artista cerca di rompere quindi, di spezzare, le convinzioni collettive, facendosi portavoce di chi non accetta più i teorici populisti e gli apocalittici in salsa americana della patria, della famiglia (falsamente felice), delle guerre (opportunistiche), e delle religioni monoteistiche patriarcali.

Con una prevalente interdisciplinarietà di mezzi espressivi, fotografia, scrittura, scultura, affronta problematiche politiche, artistiche e sociali dell’epoca contemporanea.

Taryn Simon fa a pezzetti (i miei amati frammenti) le sue foto, scomponendole e poi ricomponendole, un’operazione appunto di smontaggio del racconto condiviso, seguendo operazioni concettuali contrapposte e incompatibili, usando dettagli in contraddizione. Il concetto stesso, del resto, è una sovrastruttura del pensiero che rende simbolico ogni tratto del ragionamento, nella sequenza stessa di ogni ragionamento, dall’immagine all’illusione, che il nostro sistema di sensi, pilotato appunto dalle convinzioni, trasforma in simbolo e significato comuni.

In uno dei suoi primi lavori, The Innocents (2002), attraverso l’uso del mezzo fotografico, unito a lunghe narrazioni testuali, venivano documentate le vite di cittadini americani che hanno trascorso del tempo in prigione per crimini mai commessi.

In “A Living Man Declared Dead and Other Chapters I – XVIII” (2008-2011), l’artista ricostruisce alberi genealogici di varie famiglie, mutati da avvenimenti storici e politici. L’opera viene realizzata con due supporti differenti: fotografie (sia ritratti che fotografia documentaristica) e pannelli di testo. Il progetto, durato oltre tre anni, mirava a mettere in luce gli avvenimenti storici che hanno mutato il legame di sangue tra i vari soggetti piuttosto che a documentarne le relazioni effettive.

In “Paperwork and the Will of Capital“, invece, Simon ha unito il mezzo della scultura a quello della fotografia facendole risultare in un’opera originale concettuale. L’artista, dopo essersi documentata a lungo con l’aiuto di un botanico, ha ricostruito le composizioni floreali presenti sui tavoli delle più importanti trattative politiche che hanno segnato l’epoca moderna. Dall’operazione artistica effettuata è nato un libro omonimo pubblicato nel 2016.

In questa ultima esposizione di pregio “Father Country I Do Love You” (Padre Paese ti amo davvero), questa artista statunitense usa frammenti di violenza “pulita”, patinata, come fossero inavvertiti, o tali da non suscitare allarme, in un “mescolando” e “riordinando” a effetto manipolazione visiva, come se non dovesse disturbare, o come invece se lo volesse fare, creando un’estetica del dolore che puzza di olio da fast food, dove il sangue sembra ketchup da leccarsi le dita mentre mangi le patatine, e dove non possono mancare gli insetti come metafora dei microcosmi e delle sotto – contro – culture.

Un’America oltre il degrado, verso il compiacimento del degrado. Un’America che si autoaccusa di ogni devastazione, di ogni solitudine, di ogni degenerazione, disfacimento, di ogni disperazione, ma facendoli passare per necessari.

Father Country I Do Love You, che esplora la vita di un agente federale statunitense, rimasto anonimo, e le complesse dinamiche legate al servizio per lo Stato e alla figura paterna, frutto di quasi dieci anni di lavoro, è un imponente progetto artistico inaugurato il 18 settembre del 2026, che si realizza attraverso 42 capitoli, 10000 foto, sculture, video e scritti.

Tutto il lavoro è dedicato al padre dell’artista, ex dipendente del governo statunitense con un passato internazionale e poi produttore di videogiochi, la cui storia personale e la diagnosi di Alzheimer hanno ispirato la struttura narrativa dell’opera.

In ogni opera – istallazione, il tema della giustizia, del potere, del conflitto, della discriminazione, del corpo manipolato, dell’alienazione e della morte violenta, tutto lungo il corso degli ultimi quarant’anni della storia americana, tra hamburger e patatine fritte, dove l’idea del fast food non solo viene accusata come politica alimentare consumistica, ma proprio come ipotesi di relazione anaffettiva basata sullo “scrollare” (scorrere) i propri desideri e bisogni, ci dice di un metodo economico apparentemente di soddiscazione, invece di saturazione, dell’olfatto (con le puzze), della vista (con le colorazioni grasse, la carne che suda, il giallo e il rosso delle confezioni), dei processi neurologici che vengono sempre più semplificati dagli automatismi e completamente esautorati.

Non riesco a commentare ogni singola opera, che peraltro andrebbe letta, per tutto quello che abbiamo già detto, di sicuro nell’insieme, ma sicuramente voglio fissare nella mia mente, e nella curiosità di chi legge, proprio quelle foto istallazioni che mi hanno di più disturbato (e non certo la bandiera americana incendiata e lasciata morire a terra).

Foto di Chiara Merlo fatta al Guggenheim

Innanzitutto quella foto che rappresenta una nascita. Una foto gigante all’ingresso della mostra, e che fa inorridire per la sua crudezza: una testolina piena di capelli e di liquidi biologici, appiccicosa e molliccia, liquida, che esce fuori dal ventre della sua mamma, mentre l’ostetrica, che non si vede, con le sue unghie lunghe e pitturate di rosso, monitora con una strumentazione verde acqua, colore gelido, l’andamento del “travaglio” con evidente distacco emotivo, e rimanda a quella stessa freddezza che si usa negli allevamenti intensivi, per far nascere vitelli già destinati al macello.

Foto di Chiara Merlo fatta al Guggenheim

Oppure quella di un uomo seduto sull’albero tagliato del suo giardino, come ad avere perso la bellezza della sua interiorità. Una casa senza foglie, un tronco morto dove restare a contemplare il degrado della propria abitazione, come ormai disabitata anche dalla propria stessa anima, o anche dai propri ricordi, perché ormai dovuti dimenticare. Con le lampadine di Natale a decorare il tetto di quella vecchia baracca.

Un isolamento che ci invade lentamente, come dovuto a una malattia comune di cui non si riesce a parlare.

Foto di Chiara Merlo fatta al Guggenheim

Gli stessi colori, verde, azzurrino e rosso, colori cinicamente vintage, sono nella cucina dove un uomo con le cuffie, sempre in isolamento (le cuffie autoisolanti sono il simbolo di tutta una generazione metropolitana disinteressata, che si sottrae ai rumori ambientali, ma così anche a tutte le possibilità relazionali che ci sono nei flussi), guarda seduto sul tavolo di quella cucina il muro, come se non avesse alcuna possibilità di contestualizzarsi e di aderire al sociale. Ed è come fosse visto, violentato, nella sua intimità

Foto di Chiara Merlo fatta al Guggenheim

In una delle foto scorgiamo addirittura sotto un crollo urbano, oppure fra le rovine di una guerra, o sotto i resti di un terremoto (che sia una guerra, la natura che si ribella, o una casa costruita male, cosa cambia? Tutto è interdipendente.) un uomo ferito, o forse già morto, che diventa preda di un cane. Un capovolgimento percettivo che ci suggerisce una lettura controintuitiva della realtà: non un cane che va a soccorrere, che va a scavare, salvare, come siamo abituati a vedere e a pensare, ma un cane che farà di quel cadavere forse la sua “carogna”.

Foto di Chiara Merlo fatta al Guggenheim

E ancora quella di quella donna che salta su una scultura greca come se ci volesse fare del sesso? La statua inerme, la cultura oltraggiata, ma senza enfasi, la ragazza è vestita bene, non sembra volgare, ma volgare è la seduzione, e solo concettualmente te ne puoi accorgere, o forse non te ne accorgi nemmeno, ormai abituato alla pornografia culturale e a una società sempre più abusante del bello.

Così, volgari, le scarpe col tacco, griffate, fin troppo costose per appartenere a questo tempo. E allora sono gli insetti che le abitano, come nei peggiori sogni dove immagini di doverti svegliare e mettere i piedi nudi in un nido di scarafaggi.

Foto di Chiara Merlo fatta al Guggenheim

Infine, attualissimo, l’odio verso i bambini degli altri: gli immigrati, espresso plasticamente con una pistola puntata alle spalle sul cranio di quel bambino che non ci appartiene, straniero, diverso, sconosciuto.

Dice la fotografa: “La fotografia è una prostituta, viene usata da tutti e ciascuno la usa con uno scopo determinato … uso la fotografia e il testo per mettere in evidenza lo spazio in continua mutazione, nel quale si forma la conoscenza. In questo modo creo due poli: uno fotografico, l’altro testuale. Il pubblico si sposta dall’uno all’altro ed elabora nuovi giudizi, interpretazioni e ipotesi sul racconto, sul tema di quello che sta osservando”

Non ho ancora visto mostre contemporanee più significative di questa. Ne sono rimasta turbata.

di Chiara Merlo