Essendo palestinese, l’arabo è la mia lingua madre. Vivendo in Israele, però, l’ebraico era la lingua della vita quotidiana. Siamo obbligati a studiarlo dai sette anni. Se non si ha la competenza necessaria, non si può andare all’università, dove tutto viene insegnato in ebraico. Quindi, la relazione e le dinamiche sociali tra ebraico e arabo sono qualcosa di cui sono consapevole fin da piccola. Poi, a otto anni, iniziamo ad imparare l’inglese, il che complica ulteriormente il quadro. E nel mio caso, ho aggiunto anche l’olandese
(Morah Haj Hussein)
La performer Marah Haj Hussein ha portato al Fog Festival di Milano lo spettacolo Language: no broblem, in cui affronta i temi del multilinguismo e delle gerarchie di potere nei rapporti tra lingue. La rappresentazione combina tre elementi: le testimonianze dai territori palestinesi occupati e le interviste ai membri della famiglia dell’artista in Israele; il resoconto di un viaggio della stessa Hussein attraverso il Belgio, tra Gand e Anversa; una riflessione intorno al concetto arabo di “zankha”, un odore particolare, che diventa espressione di quelle differenze sottili di significato che non sono traducibili da una lingua ad un’altra. Hussein è palestinese ed è cresciuta a Kofer Yassif nel nord di Israele. La sua lingua madre è dunque l’arabo-palestinese, ma parla fluentemente anche l’ebraico, l’inglese e, da ultimo, il fiammingo, in quanto vive e lavora in Belgio. In Language: no broblem entrano in gioco tutte e quattro queste lingue, anche se la performance si concentra essenzialmente sul conflitto tra l’arabo-palestinese e l’ebraico. Dal momento in cui l’ebraico è diventato la lingua ufficiale dello Stato, Israele ha condannato la lingua e con essa la cultura della minoranza araba ad una sempre maggiore marginalità. Eppure le due lingue condividono molti caratteri, dal modo della scrittura, da destra a sinistra, alle molte parole ed espressioni simili, che ne tradiscono l’origine comune, infatti sono lingue semitiche, appartenenti alla stessa famiglia linguistica. Paradossalmente, sottolinea Hussein, il misconoscimento di questo legame facilita l’insidiosa e graduale appropriazione ebraica dell’arabo.
Language: no broblem è costruito nella prima parte come una lezione di lingua araba, in cui per agevolare il pubblico, l’artista introduce il vocabolario relativo. Successivamente nel corso della performance Hussein alterna momenti di teatro a momenti di danza. All’inizio, la performer scrive con il gesso su una lavagna quattro parole che ritorneranno spesso nel corso della rappresentazione: “Yahoudi”, che significa “cittadino ebreo-israeliano”; “Fosha”, che indica l’arabo scritto standard; “Nakba”, che tradotto con “catastrofe” fa riferimento all’espulsione di massa dei palestinesi dopo la fondazione nel 1948 dello Stato di Israele; infine, “Khalas”, che vuol dire “basta”. Le quattro parole unite insieme compongono il messaggio: “niente più occupazione”. La lavagna su cui è scritto, è poi sollevata da Hussein con una carrucola sopra il palco come richiamo da tenere a monito.
Mentre l’artista svolge il suo discorso, si ascoltano le interviste ai palestinesi dei territori occupati e le testimonianze dei suoi familiari in arabo. Sul palco sono proiettate le traduzioni in diversi colori per poter distinguere le differenti voci. Dalle loro parole emerge un amore per la propria lingua madre, l’arabo-palestinese, intesa non solo come un mezzo di comunicazione, ma come parte integrale della propria identità culturale. La difesa della lingua è un momento della difesa dei palestinesi dalla colonizzazione dello Stato israeliano. Per questo molti di loro si rifiutano di usare le parole straniere, al contrario percepiscono la lingua ebraica come uno strumento utilizzato per escludere gli arabi, e non solo, dalle interazioni sociali. Infatti, l’ebraico è la lingua franca nel sistema dell’istruzione, negli affari, nell’esercito, nella magistratura, e naturalmente in tutte le comunicazioni del governo, il suo uso eleva o meno lo status di una persona. Particolarmente efficace è la testimonianza di un uomo che riporta la propria difficoltà a comunicare con lo psicoterapeuta che lo ha in cura, il quale non comprende le sfumature di significato dell’arabo.
Language: no broblem affronta i problemi connessi alla traducibilità tra le diverse lingue e lascia di proposito alcune parole ebraiche non tradotte tra i diversi testi presentati in versione italiana, in modo tale che il pubblico milanese si confronti con gli ostacoli della comprensione. Le parole sono protagoniste dello spettacolo come segno grafico in quanto vengono proiettate su tutte le superfici possibili: il coperchio di una scatola, una parte di una panca, un telo, e anche sul corpo dell’artista. La performer si destreggia abilmente tra i pochi oggetti di scena, che cambiano forma, si espandono o si restringono per contenere le parole, ma trasmette tutta la tensione che comporta il barcamenarsi tra tante lingue e culture, in cui sono sempre implicate dinamiche di potere e quindi l’identità e la libertà personali. È difficile scrollarsi di dosso tali problematiche che seguono l’artista anche in Belgio, dove si è trasferita e si sente perfettamente integrata.
A questo punto dello spettacolo Hussein ci introduce nello scompartimento di un treno che viaggia attraverso il Belgio. Qui la protagonista mostra la complessità dei rapporti in una realtà plurilingue. Il treno è uno spazio in cui viaggiatori casuali ma dalle più diverse provenienze interagiscono, scontrandosi o alleandosi, ignorandosi o spiandosi di sottecchi, reagendo con rabbia o umorismo, intrecciando repulsione a interesse e comprensione: ad esempio, come Hussein si interroga sull’identità di una donna di fronte a lei che mangia hummus di barbabietola e parla ebraico, così se usa l’arabo è lei che attira l’attenzione degli altri passeggeri ed è immediatamente associata ad un contesto religioso islamico, anche se non è praticante. Mentre si sposta perché ha occupato il posto di un altro viaggiatore, o ascolta gli annunci dell’altoparlante, si interroga su come si viva nei paesini che attraversa, ne invidia la normalità rispetto a quello che accade in Palestina, ma non può non criticare la pressione sull’assimilazione, come se gli europei non riuscissero a rispettare quel pluralismo dei modi di vita che pure dovrebbe essere alla base delle loro democrazie.
Hussein ripropone una tesi che dovrebbe essere scontata, cioè che imparare o tradurre una lingua non si riduce a memorizzare un elenco di parole. Bisogna comprendere la cultura e la mentalità di un popolo per assimilarne il linguaggio, altrimenti si generano molti equivoci. Infatti le lingue sono realtà vive e sono costruzioni ricche di storia. Hussein fa trasparire non solo la trama di riferimenti politico-culturali che le intessono, ma anche le forme di oppressione e dominio che una lingua può esercitare su di un’altra. Come l’ebraismo minaccia l’arabo in Palestina, così l’inglese come lingua della contemporaneità tecnologica ed economica sta colonizzando tutti gli universi linguistici, compreso l’italiano, con il miraggio del successo che sembra garantire a chi lo parla. Nella storia dell’umanità, fino ad oggi, i rapporti tra le lingue hanno rispecchiato i rapporti di potere e le lingue che si sono affermate sono state quelle dei popoli dominanti. Come non esistono popolazioni che possono affermare di essere sempre vissute su di un territorio, così vale per le lingue che hanno seguito le migrazioni delle popolazioni. Anche in Palestina, le popolazioni locali samaritane, cristiane ed ebraiche di lingua aramaica, che vivevano lì al tempo della conquista araba nel VII secolo D.C., hanno subito la progressiva contaminazione e sostituzione della lingua dei conquistatori. L’idea della lingua come “diritto umano” vuole sfuggire a questa apparente e ineluttabile legge storica che ha prodotto, con la soppressione delle lingue, anche l’estinzione sul lungo periodo delle culture e delle popolazioni corrispondenti.
Lo spettacolo che sembra improvvisato, mantiene invece una forte coerenza anche quando interviene la danza. Essa si svolge all’interno e intorno a un box dalle forme geometriche, costruito con sottili assicelle di legno e posto al centro del palco. Come una acrobata circense, Hussein si arrampica sulla fragile struttura lasciando gli spettatori con il fiato sospeso, oppure si abbandona ad un ballo scatenato. L’artista, danzatrice di formazione, si muove lungo il percorso tracciato come cercando una via di liberazione. Nello spettacolo, la liberazione è una prospettiva possibile e non solo a livello individuale, essa deve comprendere gli stessi israeliani: l’uso dell’ebraico come strumento di sopraffazione costituisce una minaccia non solo per la lingua e la cultura degli arabo-palestinesi, ma anche per la lingua e la cultura ebraica. Hussein sembra richiamare l’affermazione dell’antropologo James Clifford, per il quale isolare le identità culturali le porta a perdere vitalità, a soffocare e impazzire.
Nella parte finale dello spettacolo, Hussein frigge un uovo sul palco. L’obiettivo non è mangiarlo, ma invitare gli spettatori a sentire quel particolare tanfo che persiste sulle padelle o i piatti dopo la cottura di un cibo, che sia un uovo o un pollo. In arabo esiste una particolare parola per quell’odore sgradevole: “zankha”, che non ha equivalenti nelle altre lingue. Qui Marah Haj Hussein pone una domanda su cui si chiude lo spettacolo: è possibile riconoscere quell’odore se non hai la parola per dirlo? Il sottinteso è che il modo in cui qualcosa viene detto influenza il nostro rapporto con la realtà e quindi i nostri comportamenti. Quindi la lingua, sembra dirci l’artista, è un “diritto umano”, come appare scritto su una scatola verso la metà dello spettacolo, perché è connaturata intimamente con la persona e il suo agire nel mondo. Si può essere d’accordo sulla preservazione delle lingue e delle culture ma vanno fatte alcune precisazioni. La quasi totalità degli esseri umani istaura con la propria lingua materna un legame affettivo quasi viscerale. È quello che i linguisti definiscono il “sentimento della lingua”. Questo rapporto emotivo porta la gente a credere sia alla superiorità della propria lingua, sia che a seconda della lingua ognuno percepisca la realtà in modo diverso e ragioni in modo diverso. Ciò non è provato sperimentalmente, al contrario non sono le singole lingue a condizionare il pensiero, ma il linguaggio in generale. La percezione dei nostri sensi non è condizionata dalla grammatica e la stessa cosa vale per il ragionamento logico. È l’immaginario culturale che varia e orienta i nostri comportamenti non la percezione della realtà. Se tutte le lingue sono artifici umani, non vuol dire che siano costruzioni arbitrarie. Proprio perché esprimono dei particolari modi di organizzare le esperienze vanno preservate nella loro unicità, così come va garantito il loro libero sviluppo. La diversità non è una maledizione divina, come traspare dalla storia della torre di Babele, ma una risorsa, come lo sono tutte le varietà di specie, habitat ed ecosistemi, essenziali per l’equilibrio del pianeta. Come bisogna tutelare la biodiversità, allo stesso modo bisogna salvaguardare la varietà culturale per garantire la sopravvivenza della stessa specie umana.
di Bruno Milone
Marah Haj Hussein / Monty
1 – 2 aprile 2026
Durata: 70′
Info
Performance in arabo, ebraico, inglese, olandese con sovratitoli in italiano
Crediti
Concept e performance: Marah Haj Hussein
Sound design: Anton Lambert
Musica e composizione: Verena Rizzo
Projection mapping e tecniche: Koen de Saeger
Drammaturgia: Krystel Khoury
Scenografia e tessuti: Agnese Forlani
Déco:r: Mohamed Sultan
Progettazione luci: Pol Seif
Coproduzione: Monty & Moussem
Finanziamento: Het TheaterFestival e Fonds voor Nieuwe Makers van Stad Antwerpen
Ringraziamenti: Kaaitheater, Toneelhuis, Kunstcentrum BUDA, A Two Dogs Company, DeSingel, hetpaleis, Thomas Bellinck, Barakat Haj, Lubna Haj, Luna Haj, Hala Haj, Sari Haj, Moanes Fahoum, Anan Saadi, Fadia Shehadeh e Hashem Shehadeh
