L’Antigone di Anouilh secondo Roberto Latini

Una mattina mi sono svegliato re di Tebe e Dio sa se desideravo altro nella vita che essere potente…

(Antigone, Jean Anouilh)

“Siamo Antigone e Creonte insieme, o lo siamo già stati più volte, di più in certe fasi della vita e meno in altre e viceversa o in alternanza”.

Così Roberto Latini nelle note di regia alla sua Antigone, spettacolo dal testo di Jean Anouilh che ha debuttato a Ostia Antica il 18 luglio 2025, ripreso a Roma lo scorso novembre al Teatro Vascello e in tournée da gennaio a marzo 2026.

Una regia che chiede allo spettatore di aderire a priori a una scelta: la libera distribuzione dei ruoli a prescindere dai generi. Suo è il ruolo di Antigone, di Francesca Mazza quello di Creonte, di Ilaria Drago quello di Emone.

Perché “di Antigone, Anouilh, non ha riscritto le parole, ha scritto la voce”. E ascoltare questa voce significa ascoltare le sue rifrazioni, le eco e i rimandi che a partire da Sofocle arrivano fino a noi.

Ma se la tragedia sofoclea  ci mette di fronte a due  archetipi puri, tra cui non è difficile scegliere, l’opera di Anouilh, scritta nel 1941 nella Francia occupata dai  nazisti e rappresentata per la prima volta nel 1943, affronta il testa a testa tra due individualità fortemente compromesse nella storia.

Con Anouilh usciamo dal mito e attraversiamo la storia. Antigone e Creonte non sono più rappresentazioni opposte di due irriducibili paradigmi in conflitto- la giustizia e la legge, la famiglia e lo Stato, la trasgressione e l’obbedienza, gli affetti e la necessità di sacrificarli – ma personaggi contaminati, portatori entrambi di un peso tragico che nasce da un conflitto prima di tutto interiore.

-ph- Manuela Giusto

Consapevole in Creonte, vissuto e patito privatamente, latente in Antigone, nascosto dietro un’adolescenziale hybris di vita che è annientamento, volontà di affermarsi negando.

Ma nell’uno c’è la memoria dell’altra, una nostalgia di eversione che gli è appartenuta alla quale non può più dare ascolto.

Eppure incide, condiziona, ne plasma azioni e intenzioni nei confronti di quella giovane ribelle provocatoria, compulsiva, fanatica, votata al sacrificio. Irremovibile e compiaciuta nel suo totale e totalizzante diniego. “Non sono qui per capire ma per dire no e per morire”.

Non due archetipi astratti, ma l’incarnazione di due estreme condizioni esistenziali che non si escludono, rimbalzano dall’una all’altra lasciando tracce, rimpianti, pulsioni, vuoti da colmare, spartendosi a fasi alterne il medesimo territorio: l’essere umano barcollante e incompiuto nel quale rispecchiarsi è sempre più facile. Così come è facile cogliere in loro il rispecchiamento reciproco, continuamente sfasato: due volti che si riflettono l’uno nell’altra, senza riconoscersi completamente e senza riuscire a sfuggirsi.

In questo senso è funzionale l’uso precisissimo delle maschere che, dissimulando, rivelano.  

Nei dialoghi che decollano, nelle liti, negli abbracci in vece di parole che non si trovano più, emergono  pensieri e convinzioni tenuti a lungo nascosti, tratti di carattere che non si addicono al ruolo e che invece raccontano quanto il ruolo di Re sia per Creonte un onere non scelto e mal sopportato. Ma rinnegarlo è impossibile perché ti sentiresti “come un operaio che rifiuta il lavoro”.

-ph- Manuela Giusto

Un operaio. È sorprendente la perfezione di un testo che fa dire “operaio” al Re di Tebe. Con pertinenza e senza stupire. Nessuno pare credibile più di Creonte quando dice di  non desiderare essere Re. Di amare le arti e le lettere e di essere suo malgrado chiamato al “gioco difficile di guidare gli uomini”. Invece si ritrova persino a trattare su quel “passaporto ridicolo” che è la sepoltura. Parla di “ipocrisia dei preti”, il Creonte di Anouilh e con sincerità esasperata esorta a non credere al suo discorso funebre sulla tomba di Eteocle, “non sarà vero”, eppure non basta a conquistare a sé la giovane ribelle di buona famiglia che pur di dire no si trincera dietro l’amore fraterno. In buona fede, con quella dose di fanatismo da cui nessuno è immune. 

“Polinice è un pretesto” si dirà alla fine, seppellendo sotto una lapide la sua giovanilistica resistenza al potere. Che però aveva già attecchito, come dimostra il  ripensamento di Ismene, la sorella saggia, giudiziosa, che qui si annuncia con una telefonata, mentre è fisicamente e tacitamente presente sulla scena. Ma la sua voce viaggia, va oltre, supera la contingenza dei corpi, le ragioni del conformismo, la soggezione al giudizio del popolo. Ora Ismene sta dalla parte di Antigone e il suo messaggio è quello che resta. “Verrò con te”.

Nonostante la bontà del miglior governante, lo spirito ribelle è lento a morire e il contagio è ancora possibile, vivaddio.

-ph- Manuela Giusto

Il telefono, le maschere, i vecchi televisori, le strisce pedonali sempre aggirate, l’aspirapolvere manovrato dal Re, e il cavallino a dondolo, la tortorella nella gabbia con cui affettuosamente parlare, la sabbia da fare scorrere tra le mani come un memento mori, i microfoni che amplificano, dirottano, riavvicinano le voci, le sovrappongono, creano echi e risonanze, gli slittamenti diacronici e le intersezioni spazio-temporali, sono tutti segni che lavorano verso la resa epica di una verità interiore. Difficile da afferrare, sfuggente, contraddittoria. Nascosta e protetta dietro una maschera provvisoria, che tutti hanno indossato: la Nutrice di Manuela Kustermann, che entra in scena come la marionetta animata di un teatrino per bambini;  l’Ismene di Silvia Battaglio, dalla gestualità disarticolata come se fosse anch’essa eterodiretta;  l’Emone di Ilaria Drago, mite e lieve rispetto alla possente presenza di Antigone scissa tra desiderio e ritrattate promesse, e ancora il coro (Kustermann), il messaggero (Battaglio), le guardie (Drago) che paiono prese a prestito dalla commedia dell’arte. E naturalmente Antigone, e naturalmente Creonte, per cui “niente è vero se non quello che non si dice”. Roberto Latini e Francesca Mazza, due voci che diventano una, la nostra, che ancora risuona in quella sorta di monito con cui la scena si è chiusa: “tutte le scelte che hai fatto (e che non hai fatto) ti hanno portato fin qui”. 

di Alessandra Bernocco

-ph- Manuela Giusto

Antigone di Jean Anouilh/traduzione Andrea Rodighiero/regia Roberto Latini/personaggi e interpreti in o.a. Silvia Battaglio: Ismene e Messaggero; Ilaria Drago: Emone e Guardie; Manuela Kustermann Nutrice e Coro; Roberto Latini: Antigone; Francesca Mazza: Creonte/scene Gregorio Zurla/costumi Gianluca Sbicca/musica e suono Gianluca Misiti/luci e direzione tecnica Max Mugnai/in collaborazione con Bàste Sartoria/produzione La Fabbrica dell’Attore teatro Vascello –Teatro di Roma teatro Nazionale

Tournée:

15-16 gennaio 2026 LAC Lugano/18 gennaio Vignola Teatro Fabbri/20 gennaio Foligno Politeama Clarici/27 gennaio – 1 febbraio Torino Teatro Astra/5 febbraio Guastalla Teatro Comunale/6 febbraio Firenze Teatro Puccini/7-8 febbraio Ravenna Teatro Alighieri/19 febbraio Marsciano Teatro Concordia/20 febbraio Narni Teatro Marini/26 Febbraio Rimini Teatro Galli/28 febbraio Colleferro Teatro Comunale/15 marzo Viterbo Teatro dell’Unione/17-22 marzo Milano Piccolo Teatro Studio Melato