Misurare il salto delle rane

La vita della rana si gioca tutta in quel mondo di mezzo tra l’acqua e la terra che la rende lontana, protagonista di un’avventura che non ci riguarda se non per ispirare diffidenza e ribrezzo. La rana è il vero miracolo, l’anello di congiunzione tra il bagnato e l’asciutto, la regina dell’umido
(Caterina Gromis di Trana)

Dal gracidare delle rane misuro la profondità dello stagno
(Abbas Kiarostami)

Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo/Premio della Critica A.N.C.T. 2025 come miglior spettacolo.

La scena si apre con le parole pronunciate nel buio da una giovane donna che parla, di lato, a un registratore. E parla da una panchina che guarda su un lago immenso e nero – siamo noi – e si chiede, del passato e del silenzio, quanto l’uno debba o possa appartenere all’altro – e viceversa – e quanto una persona possa essere enigmatica dietro alle singole parole, quelle uniche che riescano a uscire dal suo dentro e a esprimere una parte del non detto quando vuole essere assolutamente detto.

Nel mentre, questa giovane donna si ricorda di una cavalla bianca, un incidente con la macchina e una cavalla morta da cui stava nascendo un puledro, e nasce, vivo e solo, ormai senza latte, destinato a ogni passo a essere predato. Una cosa viva che nasce da una cosa morta e che nonostante tutto continua a vivere.

A quel registratore viene quindi raccontata più di una storia, e il supporto tecnologico è il passo per riuscirci. Siamo negli anni ’90 e neanche la multimedialità ha ancora fatto il salto dal vuoto soggettivo a quello collettivo, dal silenzio assordante al rumore assordante, dalle storie che ognuno di noi ha sempre sentito – e sente – la necessità di raccontare, e a cui nessuno – o pochi – ancora oggi, nell’epoca dello story telling, ha la premura, urgenza, di prestare attenzione.

Un semplice registratore per il metaracconto, un raccoglitore statico delle nostre emozioni che prima o poi vorremo riascoltare solo per noi (come quando riascoltiamo la segreteria telefonica con le voci delle persone che non ci sono più, o rileggiamo infinite volte i post che scriviamo sui social, contenitori desertici, cioè apparentemente abitati, pantani di illusorie connessioni interiori, laghi profondi di malinconia e solitudine).

foto-di-scena_®Andrea-Morgillo

Da quella panchina tanti saltano nel lago e si buttano di sotto per molti metri fino agli scogli laggiù, nel profondo cupo dell’acqua ferma. Saltano perché vogliono morire. E muoiono. E questa storia è proprio la storia di un salto nel lago e di un suicidio. Ma anche del salto in un’altra vita. E del salto di una rana, il più lungo che riesce a fare, lei al contrario, dall’acqua alla terra, e che ogni volta è uno sforzo incantevole temerario di resistenza sopra-naturale (si volesse misurarlo!).

La rana, un anfibo simbolico di genere femminile che vive nel fluido mondo del pantano, il semiliquido oltre Bauman. Un essere contemporaneo, con una poetica di genere, abituato alla metamorfosi e al continuo cambiamento per sopravvivere. Un po’ in un mondo, un po’ in un altro. Immaginazione e realtà di un’esistenza che ha imparato a fare salti sempre più lunghi nel vuoto culturale, dall’arretratezza al possibile, dal vacuo al solido, avendo pure messo in conto che ogni salto è follia (o morte).

Questa giovane donna della panchina ha trovato dall’altra parte del lago, nell’incidente con la cavalla, la lettera della ragazzina suicida, una lettera che spiega il gesto, il salto che non ha trovato sponda, e che dal buio e dal silenzio, dal lago in cui è sprofondata, ora chiede di essere recapitata. Recapitata alla madre, che di quella morte non conosce le ragioni, e che perciò vive in uno stallo emotivo in parte agghiacciante e in parte salvifico. Ma insieme a quella madre vive anche una cugina della ragazzina, ha la stessa età e pure lei è rimasta sola, accudente ora della zia, un puledro senza latte che ogni volta, e sempre con più sforzo e rabbia, incauta, ci prova a saltare verso un’altra vita, forse migliore, forse più vera.

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Di quella cugina morta, finita sul fondo e lentamente soffocata dall’acqua, se ne fa a questo punto un racconto a tre strati, attraverso tre donne non ugualmente impantanate, una certamente nel dolore, una che sradica nella follia e l’altra che cerca nella ribellione un non volere appartenere più al silenzio, al non detto, quel silenzio che vuole essere anche solo in parte dichiarato, per allontanarsi dalla normalità che di continuo chiede di essere superata.

Così, per portare il messaggio dall’altra parte del lago, quella giovane donna se n’è andata finalmente da un marito non proprio voluto e neanche amato, trovando in questo nuovo mondo, attraverso questa sua missione di recapitare il messaggio, la sua emancipazione da un’esistenza fintamente ordinata e sicura, definitivamente lasciata indietro sull’altra sponda, per trovarsi ora in questo interno domestico fatto di donne, che stanno imparando a contare e a tutti i costi solo su se stesse. Qui, su quest’altro lato, c’è questa madre irrigidita e immobile nel dolore, ma anche quell’altra ragazzina che aiuta quella madre a venir fuori dal pantano facendo le veci della figlia, cucciolo smarrito, farneticante inestricabile groviglio di sofferenze superate per continui necessari sbalzi nel vuoto dal vuoto.

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Lori, Betti e Iris. Tre personaggi costruiti magnificamente nel testo (di Gabriele Di Luca) e trasposti in scena con uguale maestria (regia di Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti). Anche se io mi sono innamorata della rana, del puledro, di Betti, la ragazzina viva, la bimba senza latte e senza istanze di ribellione, che non conosce il vizio della normalità e che non ha neanche bene appreso il concetto del dolore. Continua a vivere a strattoni, quasi per istinto, senza alcun appiglio, a salti sempre più lunghi per arrivare chissà da quale altra parte, disorganizzata e immensa nel suo vivere qualunque, comunque, a ogni costo, seppure ai confini della pazzia, e infatti giudicata pazza, inutile, irrecuperabile.

È Chiara Stoppa l’interprete, ed è davvero fenomenale, strepitosa, seppure con l’aiuto delle altre due attrici pure molto brave, Elsa Bozzi e Noemi Apuzzo. In questa commedia scura, nera, lei ci fa ridere in maniera quasi liberatoria del suo vivere maldestro, casuale, apparentemente insignificante. Invece così umana e irriducibile. È continuamente lo sprone frenetico a resistere, a saltare, a lottare per la sopravvivenza. A voler vivere. A sostituire quel “vorrei vivere” del testo in un voglio. Vuole. A ogni costo, anche a martellate, destinate a uomini che quelle tre donne le hanno distrutte.

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Molto interessante la regia. Direi grottesca, ma dirlo, scriverlo, è banale. È una regia sapiente perché sa misurare umori e stati d’animo, drammaticità e senso della vita, teatro e scrittura, parole e personaggi che si incastrano alla perfezione nella risata e nel dolore, senza eccessive sovrastrutture culturali e drammaturgiche. Voglio dire…l’arte-fatto è così ben riuscito che queste vite, simil vite, si sono spontaneamente travasate in tutti noi come acqua, e perciò oltre la rappresentazione, a un salto dalla vita propria.

di Chiara Merlo

Drammaturgia Gabriele Di Luca/Regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti/Con (in o.a.) Noemi Apuzzo (Iris), Elsa Bossi (Lori), Chiara Stoppa (Betti)/Assistente alla regia Matteo Berardinelli/Musiche originali Massimiliano Setti/Scene Enzo Mologni/Costumi Elisabetta Zinelli/Ideazione luci Carrozzeria Orfeo/Direzione tecnica e luci Silvia Laureti/Macchinista Cecilia Sacchi/Realizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due/Realizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due/Illustrazione locandina Federico Bassi e Giacomo Trivellini/Foto di scena Simone Infantino/Organizzazione Luisa Supino e Giulia Zaccherini/Ufficio stampa Raffaella Ilari

Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival in collaborazione con Asti Teatro 47

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CALENDARIO 2025-2026
Debutto Nazionale: 24 e 25 giugno 2025 | Napoli, Teatro Nuovo, nell’ambito del Campania Teatro Festival
28 giugno 2025 | Asti – Teatro Alfieri | Asti Teatro 47
19 settembre 2025 | Seriate (Bg) – Cineteatro Gavazzeni
22 settembre 2025 | Forlì – Teatro Testori | Colpi di scena
20-30 novembre 2025 | Parma – Teatro Due
2 dicembre 2025 | Cosenza – Piccolo Teatro dell’Unical
4-5 dicembre 2025 | L’Aquila – Ridotto del Teatro Comunale
9-14 dicembre 2025 | Torino – Teatro Gobetti
17 dicembre 2025 | Mirandola (Mo) – Aula Magna Rita Levi Montalcini
18 dicembre 2025 | Mantova – Teatro Sociale
20-21 dicembre 2025 | Bari – Teatro Kismet
3-4 gennaio 2026 | Chieti – Teatro Marrucino
9 gennaio 2026 | Rimini – Teatro Galli
11 gennaio 2026 | Lecce – Teatro Koreja
13 gennaio 2026 | Cava De’ Tirreni (Sa) – Teatro Siani
16 gennaio 2026 | Faenza – Teatro Masini
17 gennaio 2026 | Cervia – Teatro Walter Chiari
18 gennaio 2026 | Valdagno – Cinema Teatro Super
20 gennaio 2026 | Meano (Tn) – Teatro di Meano
22 gennaio 2026 | Jesi – Teatro Pergolesi
27 gen-8 feb 2026 | Roma – Teatro Vascello
10 febbraio 2026 | Porto San Giorgio – Teatro Comunale
11 febbraio 2026 | Urbino – Teatro Sanzio
13 febbraio 2026 | Reggello – Teatro Excelsior
19 aprile 2026 | Varese – Teatro di Varese
21-26 aprile 2026 | Milano – Teatro Elfo Puccini

DURATA 1 h 40 minuti