Crave, la fame mai sazia di Sarah Kane

Se potessi liberarmi di te senza perderti

(Sarah Kane)

“Puoi ucciderti solo se non sei ancora morto”. Non una dichiarazione rivolta a qualcuno ma una sentenza diretta a sé stessa. Sarah Kane si spiegava così il suo rassegnato essere in vita. Essendo già morta, non c’è più ragione di uccidersi.

Invece nell’ingrato mondo dei vivi nel quale annaspava è riuscita a scrivere Crave in cui queste parole suonano come avvertimento e premonizione. È il suo penultimo sforzo prima di 4.48 Psychosis, nato dopo una gestazione lunga un anno, rappresentato al Festival di Edimburgo nel 1998, pochi mesi prima che si suicidasse, ventottenne, impiccandosi coi lacci delle scarpe nella clinica dov’era ricoverata per grave depressione.

Mi domando quante cose sarebbero potute seguire da quel momento in poi, se mai fosse riuscita ad annaspare ancora un po’ tra i vivi.

Crave, nella traduzione di Barbara Nativi, è andato in scena in prima assoluta nazionale il 10 febbraio 2026 al Teatro delle Passioni di Modena con Leda Kreider, giovane attrice italoamericana, premio Hystrio Mariangela Melato  2025, autodirettasi.

Per lei, una prova coraggiosa e impegnativa. Per il pubblico una fruizione complessa e avvincente. Per l’autrice, un degno tributo, con sentimento.

Sola in scena, Kreider dà voce a una coscienza frantumata che tenta di ricomporre parti di sé attraverso  quattro figure denominate attraverso una lettera che corrisponde ai ruoli rispettivi: A come aggressore, C come child, ovvero il bambino perseguitato da A, M come madre nel senso di donna che tende al ruolo materno, B come boy, ovvero il ragazzo con cui M intrattiene un rapporto.

Non ci sono dialoghi identificabili come tali, ma solo flussi di parole lasciati sospesi, senza identificare destinatari precisi, benché a tratti venga impugnato il microfono e il pubblico si senta direttamente chiamato in causa.

Si parla di perdita, di amore dolente incapace a salvare, di violenza e di abuso e su tutto una pulsione di morte che grava malgrado il desiderio del corpo che si affaccia al mattino, tacitato per amore. Forse.

Una fessura di tenerezza che resiste nella volontà di non svegliare l’amato, di lasciarlo “dormire ancora un po’”. Prima che il crollo emotivo sia totale e fatale perché se “solo l’amore mi può salvare, è solo l’amore che mi ha distrutto”.

Si rincorrono e sovrappongono emozioni contrastanti e contraddittorie, violente e fragili, si scongiurano pezzi di vita svilita dalla miseria in cui mancano i soldi per il riscaldamento e per tingersi i capelli e poi, mentre si impreca contro “la vita che non vale la pena di essere vissuta” e si maledice “il giorno in cui sono nata” si raccomanda di “non dimenticare il decoro”.

Crave significa febbre, desiderio, bramosia, fame. Di amore e di morte, di pace e distruzione, di conforto e autodistruzione. Di annientamento.

Dall’inizio alla fine la pièce è puntellata di pulsioni conflittuali, lacerti di ricordi che non approdano mai a un disegno finito – una bambina, un uomo in macchina, il padre seduto sul sedile posteriore, e poi il desiderio di essere nata nera, l’esistenza di un’amica immaginaria o proprio la sua presenza ingombrante – e a tratti ci si smarrisce come in un bosco senza punti di riferimento certi.

La scena stessa evoca la dispersione, lo smarrimento, l’incapacità e forse l’impossibilità di trovare una direzione: due file di sipari realizzati di nastri bianchi che funzionano anche da schermo e che lei, figura eterea confusa nel biancore totale, attraversa quasi volando, prima di pronunciare la battuta di attacco. E non interrompersi più.

Modulando i timbri vocali a seconda dei ruoli e contaminandoli laddove occorre, alternando italiano e inglese e ricorrendo alle false corde per ottenere la voce grave e gutturale dell’aggressore.

Indubbiamente una prova impegnativa superata con efficacia, sempre in tensione, concentrata, sorvegliata.

Il suggerimento è di abbandonarsi al flusso fermando qua e là quello che più ci arriva, ci tocca, ci addolora. Di affidarsi alla musicalità del linguaggio, al ritmo che regge le parole e spesso ne precede il senso, lo dirotta, lo vanifica e annulla.

Ma ogni tanto arrivano distillati sparsi di autocoscienza su ci interroghiamo anche dopo. “Non si è mai così forti come quando si sa di essere deboli”. E chissà se è poi vero.

di Alessandra Bernocco

Crave di Sarah Kane/traduzione Barbara Nativi/regia e interpretazione Leda Kreider/assistente alla regia Antonio Perretta/scene Paolo di Benedetto/progetto sonoro Gianluca Agostini/musiche composte ed eseguite al violino Virginia Sutera/visual Raffaella Rivi/luci Lorenzo Maugeri/direttrice di scena e macchinista Eugenia Carro/tecnico video Pietro Tirella/produzione Emilia Romagna Teatro ERT, Teatro Nazionale, TrentoSpettacoli/progetto selezionato nell’ambito del bando Maturazione 2024, parte dell’Accordo di Programma tra Regione Veneto e Teatro Stabile del Veneto per la realizzazione del Progetto Te.S.eO. Veneto – Teatro Scuola e Occupazione (DGR n.1646 del 19 dicembre 2022)

foto di Luca Del Pia