Non perdo mai occasione d'imparare a morire
(Vittorio Alfieri)
In occasione di Mirra di Vittorio Alfieri in scena al Teatro Gobetti di Torino dal 24 febbraio al 1° marzo 2026
Multiversi ha incontrato il regista Giovanni Ortoleva
Nel già denso curriculum del giovane regista Giovanni Ortoleva, Mirra di Vittorio Alfieri arriva come naturale conseguenza di un percorso di ricerca dedicato ai miti dell’amore romantico che ha prodotto tra il 2022 e il 2024. Lancillotto e Ginevra, La dodicesima notte (o quello che volete) e La signora delle camelie, trilogia in cui intendeva «ribaltare l’idea dell’amore come forza risolutiva» nell’idea che l’amore possa essere «un fenomeno che non apre alla comunità ma fa sprofondare l’individuo in sé stesso».
Come si colloca Mirra in questo percorso?
«Mirra rappresenta l’amore romantico indirizzato verso la persona sbagliata (l’amore incestuoso di una figlia verso il padre nda). Nel mio percorso non fa parte della trilogia ma nasce da lì e quando ho incrociato la tragedia di Alfieri ho subito pensato che fosse un testo esplosivo nascosto nel nostro patrimonio»
La lingua di Alfieri è già di per sé una bella sfida: come l’hai affrontata dal punto di vista drammaturgico?
«Io quando affronto un testo mi concentro sugli elementi di interesse, seleziono: scelgo qualcosa a discapito di qualcos’altro. Non è mai una questione di semplificazione: è un avvicinamento tematico, un’espansione. Qui però mi sono limitato a sfrondare il testo per la ripetitività intrinseca di Alfieri che torna più volte sulle stesse formule. Ma a parte questo, la tragedia resta così com’è scritta.»
Lo spettacolo ha da poco debuttato al Teatro Metastasio di Prato: com’è stato accolto dal pubblico?
«Molo bene, la platea ha seguito le repliche con un’attenzione impressionante. Sono convinto che se si offrono strumenti di lettura adeguati, il pubblico sia pronto.»
Come scegli gli attori in generale e in questo caso in particolare?
«Li scelgo in base a quello che possono portare al personaggio. E qui servivano attori che avessero una grande capacità di gestire il linguaggio»
Marco Cacciola, Mariangela Granelli, Monica Demuru, ovvero il padre re di Cipro Ciniro, la regina madre Cecri e la nutrice Euriclea sanno bene il fatto loro, ma Lorena Nacchia e Marco Divsic ovvero Mirra e Pereo sono molto giovani e necessariamente meno esperti. Cosa ti ha conquistato di loro?
«Marco ha qualcosa di meravigliosamente antico nella sua gestione del linguaggio; mi è sembrato da subito la scelta più giusta per Pereo, che è un eroe tragico finito in un dramma borghese. Lorena ha qualcosa che rompe la scena, si sa fare attraversare dal linguaggio. Li ho pensati subito come coppia. Credo sia giusto scommettere su nuove voci e avere il coraggio di affidare loro ruolo importanti, che poi è la stessa scommessa che fece Ronconi con Galatea Ranzi»
Lo hai citato: quando Ronconi fece Mirra tu non eri nato.
«Infatti, però sono riuscito a vedere il video. Nonostante parlasse una lingua teatrale molto lontana dalla mia, il suo lavoro sulla lingua di Alfieri è qualcosa che ho guardato con grande ammirazione»
Andiamo un po’ indietro: del 2016 è il tuo testo Quattro paesaggi con figure premiato dall’Università di Roma – Tor Vergata, una riflessione sull’insabbiamento e la distorsione della memoria e nella fattispecie il tentativo del regime nazista di nascondere l’esistenza dei campi di sterminio polacchi.
«Un testo su cui non sono più tornato ma che parla di quello che è sotto i nostri occhi anche adesso: il tentativo di seppellire la verità per farne emergere altre. Basta guardare certi dibattiti in televisione dove non si discute ma si interrompe, si provoca, ci cerca di pilotare il discorso in altre direzioni, ricorrendo a mezzucci che non c’entrano niente con la democrazia.»
Torniamo al teatro restando nel mood con la figura che si è ribellata a Dio, il Faust, affrontato a partire dall’opera di Cristopher Marlowe, ma ampiamente ridisegnato al punto che si parla di marchette elettorali, prostituzione minorile, sfruttamento.
«Infatti la drammaturgia è originale, con un ritorno a Marlowe nel monologo finale, affidato a Francesca Mazza. Dei classici considero gli aspetti che mi interessano per farli esplodere. Qui avevo incluso delle battute sulla pedofilia nella chiesa che mi hanno anche procurato qualche problema, ma sorvoliamo.»
Cosa ti conquista in un autore per decidere di metterlo in scena?
«In genere amo in testi giovanili perché mantengono un’immediatezza e quell’urticanza vitale di cui mi nutro. Amo Fassbinder che ha avuto un fortissimo impatto sulla mia vita artistica, il suo bisogno di creare, di mettere in discussione qualunque certezza è anche il mio»
Il pragma di cui mi parlavi. Fassbinder lo hai affrontato più volte, con I rifiuti, la città e la morte, il testo che concludeva la sua esperienza come direttore del Theater am Turn di Francoforte nel 1975, violentemente censurato e poi come regista del saggio del terzo anno dell’Accademia Silvio D’Amico, Fassbinder Zeitgeist che contemplava Libertà a Brema e Sangue sul collo del gatto
«Il primo, I rifiuti … è un testo di una potenza assoluta, eccessivo, barocco, presentato a Venezia, alla Biennale Teatro 2020, edizione dedicata alla censura. Ma in entrambi i lavori emerge la violenza nelle dinamiche di potere: una violenza che in questa nostra società verticale, fondata su caste e disparità sociale, non solo tolleriamo ma veneriamo. Il punto è la nostra incapacità di on sfruttarci, di non sopraffarci, perché cambia la forma ma non si può eliminare la violenza dell’essere umano, come scrive Grossman alla fine di “Tutto scorre…”. In questo senso Libertà a Brema è emblematico: come una donna per liberarsi dalla violenza utilizzi la violenza in quantità smodata. Una meravigliosa provocazione»
La violenza legata alla sessualità è anche un tema del Risveglio di Primavera di Frank Wedekind, altro testo messo in scena come saggio con gli allievi dell’Accademia.
«Un testo pericolosissimo in cui la questione è la scelta tra il diavolo e la morte. Bisogna scegliere se lasciarsi morire o lasciarsi corrompere: il testo non dà terze opzioni. Io non amo la produzione successiva di Wedekind ma questo mette il dito sull’impuro che è parte della vita, il rapporto tra sessualità e violenza che non è spiegabile ma è.»
Chi sono i tuoi maestri?
«Antonio Latella, di cui a ventun anni vidi “Un tram che si chiama desiderio” e ne ricevetti un impatto fortissimo, seguito da una laboratorio al Teatro Valle occupato. Gli devo l’innamoramento per questo mestiere. E poi Carmelo Rifici, incontrato molto più avanti, che ha aggiunto un pezzo di cultura teatrale che non avevo. Ma anche Renata Molinari, alla Civica Paolo Grassi di Milano, che non esitava a distruggermi, a dirmi in faccia quello che pensava e a ricordarmi anche brutalmente chi ero. C’è voluto del tempo per metabolizzare ma mi ha aiutato a non nascondermi, a non prendermi troppo sul serio»
La tua laurea in psicologia cognitiva è una risorsa per il lavoro di regista?
«Non direttamente, ma ho maturato un sano scetticismo che mi ha permesso di non cadere in certe trappole, compresa quella dell’anima. Mi resta la tendenza a spaccare il capello in quattro»
Sei ateo?
«Sì, ma mi ritrovo in molti valori del cristianesimo.»
Qual è il valore cristiano in cui credi di più?
«”Ama il prossimo tuo”, probabilmente.»
di Alessandra Bernocco
