[…] Può benissimo essere il motivo per cui mi considerate una criminale. Mezza umana, di carne e di tecnologia. Troppo viva .
(Olga Ravn )
The Employees di Lukasz Twarkowski, visto al Lac di Lugano il 18 febbraio 2026, pone alcune questioni centrali per il teatro contemporaneo al di là della riuscita o meno dello spettacolo. Quanto innovi o aggiunga alla messa in scena un uso così totalizzante delle tecnologie, il valore di certe esperienze immersive e quali effetti possano avere sul pubblico e, infine, come cambi il ruolo del regista teatrale in operazioni del genere. Infatti molto diverse e opposte sono state le reazioni degli operatori e dei critici che hanno assistito e recensito lo spettacolo, anche se in molti è prevalso un tono cauto, alquanto reticente, come se ci fosse un certo imbarazzo a valutare criticamente quello che è presentato come il nuovo mostro sacro della nuova scena teatrale.
La trama di Employees (I dipendenti) – “I dipendenti” è un romanzo sulla forza lavoro nel XXI secolo di Olga Ravn, ed. Il Saggiatore, Milano, 2022 – si basa sull’omonimo romanzo nominato nel 2021 al Booker International Award.
Ravn è stata innanzitutto una poetessa poi passata al romanzo, in questo caso di genere fantascientifico. In Employees fa riferimento a situazioni, eventi e conflitti oramai codificati dal cinema, dai video giochi e dalla fantascienza: citatissimi 2001: Odissea nello spazio, Blade Runner, Solaris, ma il cuore del racconto riguarda un tema presente in tutti le opere di Ravn, cioè che la conoscenza è insita negli oggetti e che la comprensione si sviluppa a partire da stimoli multisensoriali.
The Employees è da questo punto di vista, evocativo e viscerale, mentre per un altro verso può sembrare ellittico e inquietante. Gli strani oggetti che alterano la vita ai protagonisti de I dipendenti, spingendoli alla rivolta, sono ispirati alle installazioni scultoree di Lea Guldditte Hestelund, un’artista visiva di Copenaghen.
La soggettività umana ne risulta ridefinita: non è più una costruzione astratta, sostanzialmente narrativa, ma prende forma attraverso segnali multisensoriali, olfattivi, visivi, uditivi e tattili, integrati nell’esperienza corporea dall’azione.
Così la Testimonianza 035: “È da quando mi hanno condotta qui che sono convinta di essere morta, ma che nel mio particolare caso mi hanno lasciato continuare a far parte della simulazione. Sono come una pianta di cui tutto è avvizzito e andato tranne un unico getto verde, che vive ancora, e quel getto è la mia coscienza, e la mia coscienza è come una mano, che tocca invece di pensare”. (op cit., p. 40)
L’aspetto inquietante è che anche gli umanoidi sembrano coinvolti come gli umani negli stessi processi evolutivi della consapevolezza di sé.
Se il romanzo non è particolarmente originale sul piano della storia, si presenta più interessante nella costruzione e nella articolazione del conflitto uomo/macchina. L’astronave 6000 in viaggio nello spazio profondo, lontana anni luce dalla terra, si staziona in orbita intorno al Pianeta New Discovery, da cui vengono trasportati a bordo della nave spaziale diversi oggetti, che alla lunga inducono dei cambiamenti sia d’umore, sia nei comportamenti, degli operatori a bordo: non siamo lontani dal Monolito di 2001, Odissea nello spazio.
The Employees è costruito attraverso le testimonianze dei lavoratori dell’astronave di fronte a una commissione d’inchiesta inviata da una non specificata Organizzazione, che finanzia l’impresa e vuole venire a capo degli strani comportamenti dei suoi dipendenti.
L’equipaggio è formato da umani e cloni/umanoidi che in relazione agli oggetti incominciano a porsi domande circa la loro identità: cosa significa essere umani o alternativamente umanoidi, cosa vuol dire vivere e qual è il senso del loro lavoro, o quanto siano legittime le richieste dei loro padroni.
Il lavoro vuole essere un altro tema centrale dell’opera di Ravn, che infatti si presenta come “Un romanzo sulla forza lavoro del XXII secolo”. La particolarità della narrazione dell’autrice danese sta nel riportare le diverse testimonianze numerandole, senza specificare se a parlare sia un umano o un umanoide, e ciò invece di creare confusione provoca un effetto di straniamento, adeguato a una situazione in cui reale e virtuale sono talmente intrecciati da impedire una netta distinzione tra i due ambiti.
Da decenni la fantascienza ripropone il modello narrativo della rivolta dei robot, rispecchiando la paura umana che lo sviluppo tecnologico incontrollato possa portare a un mondo in cui i computer insorgano contro i loro creatori. Ravn, invece, descrive un’altra preoccupazione, fonte di inquietudine, quella di non riuscire più a distinguere un’intelligenza artificiale da un’intelligenza umana. Oggi il test che Alan Turing propose nel 1950 per distinguere i computer che imitano l’intelligenza umana dagli esseri umani pensanti, mostra un’efficacia sempre minore. Così, più diventa complicato distinguere una macchina da un essere vivente, più minacciosa diventa il loro coinvolgimento nelle nostre vite. Ancor più perturbante è il fatto che molti umanoidi costruiscono un profondo legame emotivo con i loro colleghi umani, manifestando non si sa quanto simulati sentimenti umani.
Un clone afferma: “Mi dicono che non riesco a svolgere correttamente il mio lavoro a causa di disadattamenti funzionali rispetto a certe emozioni“, ma invece di desiderare di essere riprogrammato rispetto a queste interferenze, il lavoratore umanoide afferma: “È un problema umano? Se sì, vorrei tenermelo“. (op. cit. p. 24 – Testimonianza 022)
Nel prosieguo del racconto si comprende che alcuni umanoidi vengono allontanati dagli umani: l’Organizzazione non approva una intimità affettiva tra le persone “nate” e quelle “create”, in quanto è intenzionata a controllare non a confondere il confine tra uomo e macchina. Inoltre, i lavoratori umanoidi, proprio per queste tendenze “sentimentali” umane incominciano a manifestare una avversione al lavoro che si trasformerà in vera rivolta. Infatti, la distruzione dell’astronave e la riprogrammazione dei lavoratori umanoidi è la conseguenza di una guerra contro il lavoro che è iniziata da questi ultimi, mentre al contrario gli umani rimangono indecisi se aderire o meno agli scioperi proprio per la loro fedeltà al posto di lavoro.
Per Ravn, in un prossimo futuro, in relazione all’incorporazione dell’IA nei processi produttivi, potrebbero essere le macchine a guidare la rivoluzione dei lavoratori e, dunque, la vera minaccia alla libertà anche degli umani arriverebbe dai Consigli di amministrazione delle grandi corporation piuttosto che dai dispositivi tecnologicamente avanzati.
Dal romanzo breve di Ravn, il regista Twarkowsky ricava uno spettacolo di circa due ore e quaranta riproponendo, dilatandoli, i temi del libro. Le circa 90 deposizioni dell’equipaggio dell’astronave 6000 sono ridotte e attribuite a tre umani ciascuno con una controparte androide identica. Twarkowskj immagina l’astronave come un enorme cubo che pone al centro della sala del teatro. Il pubblico è seduto ai quattro lati della struttura e tutti possono alzarsi e cambiare posto in qualsiasi momento, anche se la voce fuori campo che presenta lo spettacolo consiglia di farlo nei tre brevi intervalli di tre minuti che periodicamente interrompono la rappresentazione.
Gli spettatori possono guardare all’interno della nave spaziale, o anche sedersi vicino e interagire con gli attori, ma non possono entrare nel cubo, nel quale, o anche saltuariamente fuori, gli interpreti (Dominika Biernat, Daniel Dobosz, Maja Pankiewicz, Sonia Roszczuk e Paweł Smagała) si muovono seguiti da operatori steadicam, le cui riprese vengono trasmesse in diretta su enormi schermi sulle pareti esterne dell’astronave.
I dialoghi sono in polacco ma i sottotitoli sono in inglese e italiano.
La lunghezza dello spettacolo, in rapporto alla brevità del libro, non aggiunge niente alla narrazione, se non reiterare alcuni passaggi, forse a voler trasmettere l’alienazione e il disagio di una vita lavorativa totalmente immersa in un ambiente claustrofobico.
Anche la malvagità dei padroni appare alquanto stereotipata: quale azienda non è più interessata alla produttività che non alla vita interiore dei suoi dipendenti? Se mai diventa marginale un aspetto che nel libro è più centrale: cioè che nella rivendicazione di una maggiore autonomia dal lavoro, che viene dagli umanoidi, una eventuale riproposizione della lotta di classe nello spazio, gli umani sono più propensi a schierarsi con i padroni che non con i loro cloni.
Sembra verificarsi una vecchia intuizione di Pasolini sulla capacità del neocapitalismo di trasformare la lotta di classe in contrapposizione tra razze, in quel caso erano gli operai bianchi contro gli immigrati, in questo caso lavoratori umani contro cloni. Al contrario è ben rappresentata l’inquietudine nata dalla incapacità di riconoscere e riconoscersi umani o umanoidi.
Questione più delicata è quanto possa giudicarsi immersivo uno spettacolo dove ciò che lo spettatore può fare è prevalentemente girare in tondo alla struttura scenica, ma deve continuamente riferirsi agli schermi in alto e ai sottotitoli per capire quello che succede, e non solo perché non si comprende il polacco. L’azione risulta troppo frammentata in una visione ravvicinata.
Anche se l’illuminazione inquietante di Bartosz Nalazek e Svenja Gassen e l’aggressiva colonna sonora di Lubomir Grzelak trasmettono in modo efficace cosa possa significare vivere sull’astronave 6000, dove non c’è sollievo alla ripetitività e alla meccanicità delle azioni quotidiane.
Ma è un’esperienza che si potrebbe ricavare anche in una sala tradizionale, con il pubblico seduto in platea, soprattutto se lo spettatore, come accade nello spettacolo di Twarkowski, rimane comunque all’esterno della scena.
Le riprese degli operatori staedicam permettono agli attori, su indicazioni del regista, di trasmettere i loro drammi esistenziali attraverso modificazioni minimali del corpo e dell’espressione, come accade al cinema e in TV, ma questo fa molto effetto serie televisiva o film d’autore.
Non basta una scena “erotica” o l’apocalisse finale, con l’annichilimento degli umanoidi, citazioni dell’Adamo ed Eva di Durer e la Pietà di Michelangelo, luci stroboscopiche e musica ad alto volume, anche qui forte è la somiglianza con il viaggio finale di 2001: Odissea nello spazio, a riscattare uno spettacolo ripetitivo e dal ritmo troppo lento. Rimane sospesa una domanda timida ma decisiva: ha senso andare a teatro se l’intera esperienza dell’evento si svolge davanti a degli schermi?
di Bruno Milone
The Employees di Olga Ravn/traduzione dal danese Bogusława Sochańska/adattamento e drammaturgia Joanna Bednarczyk/regia Łukasz Twarkowski/con Dominika Biernat, Daniel Dobosz, Maja Pankiewicz, Sonia Roszczuk, Miron Smagała (video), Paweł Smagała, Rob Wasiewicz, Małgorzata Hajewska-Krzysztofik (ospite, registrazione audio)/scene Fabien Lédé/costumi Svenja Gassen/disegno luci Bartosz Nalazek/musica Lubomir Grzelak/video Jakub Lech/consulenza sui movimenti Rob Wasiewicz/assistente alla regia Adam Zduńczyk/concept facilitation Szymon Adamczak/operatori di ripresa Iwo Jabłoński, Gloria Grunig/operatore luci Jan Zajączkowski/operatori del suono Damian Kruszewski, Rafał Szydłowski/operatori video Adrien Cognac, Adam Kuznowicz/direttore di produzione Monika Balińska/stage manager Zuzanna Prusińska/assistente di produzione Aleksandra Urban/modelli e oggetti Katarzyna Rytka/realizzazione scene Piotr Szczygielski/creazione costumi Aleksandra Andrychowicz/produzione STUDIO teatrgaleria
