Io che sono l’È, il Fu e il Sarà / accondiscendo al linguaggio / che è tempo successivo…/ Vissi prigioniero di un corpo e di un’umile anima. / Appresi la veglia, il sonno, i sogni, / l’ignoranza, la carne, / i tardi labirinti della mente, l’amicizia degli uomini / e la misteriosa dedizione dei cani. / Fui amato, compreso, esaltato e appeso a una croce
(Jorge Luis Borges)
All’ingresso un attore ci consegna un piccolo foglio con su scritta la strofa di una canzone che saremmo più tardi invitati a intonare, come una sorta di mantra, unendoci al coro. Altri stanno panificando, impastano acqua e farina e presto si sentirà il profumo del pane che ci verrà offerto a fine spettacolo.
In scena la compagnia, tutti scalzi, vestiti di bianco, eseguono esercizi di preparazione, vocalizzi, sollecitazioni e interazioni tra i corpi e le voci.
Il lavoro di Gabriele Vacis è fatto di ascolto profondo, di respiri accordati, di voci diverse che diventano una.
La schiera, ovvero la camminata neutra che precede ogni identificazione, è alla base della nascita di uno spettacolo.
In scena è come se ci fosse un solo animale, grande macchina umana che respira all’unisono. Gli assoli ci sono, ci sono prove per attore solista, ma vince l’insieme. Nella memoria resta impresso il collettivo, si percepisce disciplina e ore di prove.
Il lavoro sui cori è precisissimo, le coreografie una successione di segni significativi che chiedono di essere decifrati.
Così in tutti gli spettacoli che io ricordi. Così in questa Trilogia dei Libri Vangeli la cui terza parte è stata presentata alle Fonderie Limone di Moncalieri l’8 aprile 2026 (repliche fino a domani domenica 19) con la compagnia PoEM, Potenziali Evocati Multimediali, impresa sociale costituitasi nel 2021 da una classe della Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino.
I riferimenti sono soprattutto i Vangeli di Matteo e di Giovanni, in particolare il “Discorso della montagna” (Matteo 5) e l’incipit di Giovanni “In principio era il Logos”, riferimenti che rinviano a due forme dialettiche opposte: da una parte l’asserzione, il proclama, l’annuncio dirompente, scandaloso e inatteso che reclama dall’uditorio un atto di fede (“Beati i poveri di spirito”); dall’altra la narrazione che si genera attorno a un termine intraducibile, il logos, inesauribile nella sua poietica generazione di significati.
Da una parte lo slogan lanciato nell’etere, o su pubblica piazza, anonima e informe, che qui è reso con la ripetizione con registri diversi, ciascuno per sé, secondo una traiettoria autonoma che appositamente disdice la relazione, dall’altra la narrazione che richiede reciprocità consapevole, disposizione all’ascolto, appartenenza, contatto, espresso in modo esemplare dall’episodio della lavanda dei piedi.
E a questo punto mi sembra utile citare una considerazione dalle note di regia: “La confusione che si fa oggi tra opinioni e narrazioni nasce dalla disponibilità di tecnologie che sembrano avvicinare chi parla e chi ascolta, dai microfoni allo streaming. Ma è illusorio che computer, smartphone e AI, suppliscano o addirittura possano sostituire le tecnologie originarie: la lingua, le corde vocali, la presenza. Possono utilmente affiancarle, documentarle, conservarle. Possono facilitarne l’apprendimento e l’uso. Ma per il momento vengono applicate più che altro per mistificarle”.
Che il teatro percorra per sua natura una via contraria alla mistificazione incalzante non basta a preservarlo ma se sulla sua strada fatta di corpi e voci si riesce a rappresentare la peggiore mistificazione della verità evangelica, ha già assolto la sua buona funzione.
Succede in particolare con una scena che ripropone una recente messinscena: tra le più grottesche messinscena di questo secolo, ci auguriamo. Ricordiamo tutti il sedicente messia dai capelli arancione immortalato in una specie di ultima cena che resterà negli archivi, a futura memoria. Bene, questo delizioso ritratto di clan viene riproposto dagli attori come contrappunto iconografico alla imperante mistificazione della parabola dei talenti in chiave capitalistica. “Mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”.
Il Vangelo di Matteo (e di Luca), non letti ma riletti a uso e consumo dei nuovi potentati, diventano un inno al capitalismo più becero, oltre la teologia della prosperità e in barba pure all’etica calvinista che nobilita il successo, d’accordo, ma fondato su lavoro, sacrificio, abnegazione, non già sul latrocinio normalizzato o sulla produttività a qualsiasi costo.
Sono momenti in cui viene da imboccare la linea della tangente e cogliere al volo tutte le occasioni di sfogo, che sono tante, attraversate o sfiorate in questo lavoro: la pagliuzza e la trave, i mercanti nel tempio, la guarigione di Lazzaro e la legittimità di violare la legge, se stolta e ingiusta.
Ma poi ci sono i momenti che rincuorano, consolano e fanno ben sperare. Quando un attore ci racconta che custodiva sotto il banco Petrolio di Pasolini, nonostante le ire del padre (“Hai rotto i coglioni, tu e Pasolini”), e che a Pasolini ha rivelato, sulla tomba, la sua gratitudine e la sua filiazione.
Pasolini che ritorna con la dedica a Papa Giovanni XXIII posta a epigrafe de Il Vangelo secondo Matteo, “Alla cara, lieta, familiare, memoria”, da loro rivolta a Papa Francesco.
Uno che ha provato a illuminare di misericordia il nostro tempo, a indugiare sul volto dell’altro, a sbaragliare l’equazione tra tempo e denaro a favore di una temporalità intrisa di senso, “popolata da quelli che avranno dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, ospitato i forestieri, vestito gli ignudi, di quelli che si sono presi cura dei malati e dei carcerati”.
La parabola del giudizio finale o, semplicemente, l’etica laica che rovescia lo sguardo dal sé all’altro.
di Alessandra Bernocco
Trilogia dei Libri Vangeli/Drammaturgia Gabriele Vacis e Compagnia PoEM/con Davide Antenucci, Andrea Caiazzo, Eleonora Limongi, Pietro Maccabei, Lucia Raffaella Mariani, Eva Meskhi, Erica Nava, Enrica Rebaudo, Edoardo Roti, Kyara Russo, Lorenzo Tombesi, Gabriele Valchera/regia Gabriele Vacis/scenofania e ambienti Roberto Tarasco/suono Riccardo Di Gianni/cori Enrica Rebaudo/Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale/in collaborazione con PoEM Impresa Sociale Potenziali Evocati Multimediali
