Send Help

La civiltà è solo una sottile pellicola sopra il caos
(attribuita spesso a Freud, parafrasata)

Vorrei cominciare con una domanda: secondo voi è sufficiente che i protagonisti di un film siano un uomo e una donna, che naufraghino su un’isola deserta e che a causa di questo naufragio la distanza sociale tra loro esistente venga non solo annullata, ma in un certo senso ribaltata, per tornare con la mente ad un classico della cinematografia italiana – e, forse, non solo – come “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”?

E, seconda domanda, basta anche se le immagini che ci scorrono davanti siano facenti parte di un prodotto di tutt’altra natura – film hollywoodiano da cosiddetta cassetta – e stile, considerando che qua siamo dalle parti dello splatter – tenue – horror?

Beh, immagino che per permettervi di provare a dare risposta ai miei interrogativi dovrei innanzitutto darvi contesto e comunicarvi ufficialmente che il film a partire dal quale nascono queste mie domande è “Send Help” di Sam Raimi, nei cinema italiani da giovedì 29 gennaio con Rachel McAdams e Dylan O’Brien nei panni dei naufraghi che, alla stregua dei da me evocati ma non ancora citati Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, si trovano sbalzati lontani dalla civiltà in un isolotto al largo della Thailandia dove dovranno dimenticarsi dei confort della vita quotidiana per adattarsi alle meraviglie e alle asperità della natura.

E comunque penso non possiate ancora rispondere a meno che non siate già stati spettatori di questa storia e non vi troviate a leggere questo articolo post visione e non ex ante.  E dunque, seguendo un’indicazione marzulliana, mi e vi rispondo da solo, smontando la teoria che ho provato a costruire, ma che, al netto di una discreta dose di fascinazione, mi pare davvero troppo fragile, se non fosse che il Regista della prima trilogia sull’Uomo Ragno mi pare nulla abbia a condividere nemmeno nelle intenzioni con la nostra Lina Wertmuller che ci regalò un’istantanea politica e filosofica del tutto avulsa ai parametri dell’entertainment losangelino.

Questo “Send Help”, ad ogni modo, è un film gradevole nel suo piccolo genere di spavento e thrilling che accontenta con qualche spruzzata qua e là di sangue animalesco le voglie di violenza di chi ha la nostalgia del Raimi degli esordi ed è un prodotto che prova a creare contrasti netti, per quanto stereotipati, che generino una voglia di feroce rivalsa da parte dello spettatore che si identifica nella lavoratrice indefessa derisa per la propria estetica rimessa,  per una serietà inappuntabile nell’assolvimento dei propri compiti e per la sua goffaggine sociale che nasconde un grande senso pratico dovuta ad una grande passione per i reality selvaggi.

Il racconto non è né innovativo, né particolarmente brillante eppure non lesina dettagli, situazioni coinvolgenti e continui scontri che non abbassano mai il livello, se non di puro coinvolgimento, di attenzione per tutti i 115’ di durata.

Gli attori coinvolti “sanno il fatto loro” e non gli si può rimproverare nulla, quanto piuttosto lodarli per delle buone prove interpretative che non prevedono percorsi psicologici particolarmente impervi. Non si riscontrano, c’è da dire, neanche eccessive e differenti coloriture all’interno dei loro viaggi emotivi, neanche in presenza di momenti di scrittura che sulla carta lascerebbero suppore un diverso grado di prossimità e verso il proprio vissuto e verso il/la compagno/a di scena (c’è da dire che il film non è stato visto nella sua versione originale e quindi ci si chieda se cambierebbe qualcosa nel caso in cui, invece, lo si facesse).

“Send Help”, in definitiva, ad avviso di chi scrive, intrattiene il giusto, diverte il giusto coinvolgendo qua e là e spaventa il minimo necessario per insaporire il risultato finale che magari non sarà una pietanza da ristorante stellato, ma un buon piatto in grado di sfamare e di lasciare andare il commensale con la giusta quantità di nutrienti.

Al cinema.

di Giuseppe Menzo