A Maritime Haunting

E quante volte deve un uomo guardare in alto/ prima di poter vedere il cielo/ E quanti orecchi deve un uomo avere/ prima di poter sentire gli altri che piangono/ E quante morti ci vorranno prima che lui sappia/ che troppi sono morti/ La risposta amico soffia nel vento/ la risposta soffia nel vento

(Bob Dylan, Blowing in the Wind)

L’artista Freya Powell, inglese di nascita ma di base a New York, ha dedicato un’opera, A Maritime Haunting, alla strage di profughi e migranti nel Mediterraneo centrale, quel tratto di mare tra Malta, la Libia, la Tunisia e la Sicilia dove si concentra il maggior numero dei morti tra coloro che dall’Africa tentano di raggiungere le coste europee. Solo per ricordare alcuni dati: nel 2024 sono stati 2452 i morti e i dispersi accertati in tutto il Mediterraneo, di questi 1692 nel Mediterraneo centrale; nel 2025 su un totale di 1878 scomparsi nel cosiddetto Mare Nostrum, 1314 sono quelli svaniti nell’area centrale; infine, nei primi 4 mesi del 2026, su un totale di quasi 1000 annegati, 765 sono quelli periti nel solo Canale di Sicilia. Dal 2014, sono circa 34.500 le “persone in movimento” morte o disperse nel Mediterraneo nel tentativo di ricostruirsi una vita in Europa.

A Maritime Haunting è un’installazione sonora, immersiva e multicanale, che trae ispirazione dai cori delle tragedie greche per intonare un lamento funebre ai naufraghi e per invitare ad una riflessione sulle cause di una catastrofe umanitaria che avviene da troppi anni vicino alle coste dell’Italia, nell’insensibilità dell’opinione pubblica mondiale.

Powell si è avvalsa della collaborazione di sei cantanti, cinque compositori e un sound designer. La performance, inserita nel cartellone di Fog e prima italiana dell’installazione sonora multicanale, è stata presentata negli spazi di Triennale Voce, l’area del Palazzo dell’Arte di Milano interamente dedicata alla sperimentazione sonora.

Il pubblico è invitato a entrare in una stanza vuota, con pochi posti a sedere al centro, circondati da sei altoparlanti. Gli spettatori possono sedersi, ma hanno anche la possibilità di muoversi liberamente nella sala, guidati dai suoni e dalle proprie suggestioni. A ogni diffusore corrisponde la voce di un cantante che, da solo o insieme ad altri, racconta e commenta ciò che accade lungo la rotta del Mediterraneo centrale.

Al termine di ogni sezione, le voci si riuniscono in un coro che esprime lutto, dolore e tristezza.

Lo spettacolo dura poco più di mezz’ora. L’esibizione è in sé emozionante e anche se si ascoltano delle registrazioni è comunque altamente coinvolgente sul piano personale.

La scommessa riuscita del lavoro di Powell è quella di trasmettere il senso di perdita e abbandono vissuto dalle persone in mare, la cui dolorosa esperienza collettiva si perde nella massa indistinta di notizie che ci circonda quotidianamente; quando non ci troviamo di fronte a una precisa strategia comunicativa per tenere certi eventi luttuosi, come afferma lo scrittore Paolo Giordano, “al di sotto della soglia di sgomento dell’opinione pubblica”.

Giordano si riferiva al modo riservato, quasi furtivo, in cui è stato gestito dalle autorità italiane il naufragio di un barcone di migranti avvenuto al largo delle coste di Roccella Jonica nella notte tra il 16 e il 17 giugno del 2024, che poi è diventato un modello per la gestione di tutti gli affondamenti successivi, nel quadro di una politica di deterrenza degli arrivi alle nostre frontiere: “La ricerca dei dispersi è avvenuta con discrezione, i corpi recuperati venivano spesso portati a terra di notte e distribuiti in luoghi diversi per evitare la concentrazione di stampa.

Le attività sono proseguite a lungo ma a un certo punto si sono interrotte. Il bilancio è stato chiuso a 36 morti accertate, fra cui almeno 14 bambini, e un numero indefinito di scomparsi” (La Lettura del 18 agosto 2024).

L’opera di Freya Powell si sviluppa in quattro movimenti che richiamano la struttura dei cori delle tragedie greche: una Parodo, il canto d’ingresso del coro, due Stasimi, i canti di commento agli eventi raccontati, e un Esodo, l’uscita di scena dei cantanti con un lamento funebre o un testo che esprime la risoluzione del conflitto espresso nella tragedia.

Nella Parodo, dopo l’introduzione, in cui le parole e il canto si trasfigurano, trasformandosi in suoni del mare, segue il drammatico racconto dell’affondamento di un peschereccio carico di 750 migranti, l’Adriana, il 14 giugno 2023, lasciato colpevolmente in balia delle onde dalle autorità maltesi, greche e italiane.

Solo dopo molte ore dall’avvistamento, è intervenuta, troppo tardi, la Guardia costiera ellenica che è riuscita a salvare solo 104 persone: “Le vite di 642 uomini, donne e bambini a bordo/Scomparsi sotto il mare/sono state considerate/Non degne di lamento/Non degne di lutto/Non degne di pianto”, intona il coro all’unisono.

Alcuni giorni dopo, nell’Oceano Atlantico, il Titan, un piccolo sottomarino specializzato nelle visite guidate al relitto del Titanic, implode con cinque persone a bordo.

L’evento catalizza l’attenzione dei Media e oscura l’affondamento dell’Adriana. Non solo, il costo delle operazioni di soccorso e di ricerca del relitto del Titan raggiungerà complessivamente la cifra dei 6,5milioni di dollari, mentre gli Stati della parte più ricca del mondo  ritengono onerose le spese, decisamente inferiori, per i salvataggi in mare dei profughi e dei migranti.

Nel primo Stasimo, invece, si ricorda che “La rotta del Mediterraneo centrale è la più letale al mondo” e si racconta il modo atroce in cui muoiono, non solo annegate, ma anche di fame e di sete, molte delle persone a bordo di natanti di fortuna: “I migranti viaggiano su imbarcazioni non idonee alla navigazione […]

Sapendo che la barca andrà perduta, i trafficanti la costruiscono al minor costo possibile” recita una voce del coro. Il secondo Stasimo si concentra sul fatto che i tentativi di attraversamento avvengono per la maggior parte in acque internazionali: “Il mare blu profondo diventa una terra di nessuno”, recita il coro, dove prestare soccorso a chi è in difficoltà diventa una scelta personale al di là di ogni obbligo, “al di fuori del Diritto e della Legge”.

Le politiche di controllo, afferma Powell, in una intervista, in cui richiama la teoria dello “stato di eccezione” elaborata dal filosofo Giorgio Agamben, “hanno trasformato il Mediterraneo in uno spazio in cui ciò che non si vede non è mai accaduto. Un luogo di cancellazione”.

Infine, nell’Esodo, il coro ci riporta alla realtà delle migrazioni, che sono “Una parte profonda della nostra storia,/anche se oggi è oscurata da narrazioni sensazionalistiche”.

I cantanti rievocano costantemente il mare: la sua potenza, i suoi colori, la sua vastità e immensità. Ma queste caratteristiche sono associate alla morte e alla sofferenza, per cui l’ambiente naturale diventa per i migranti un luogo ostile.

Il Mar Mediterraneo è diventato un immenso cimitero.

Per concludere, le voci del coro intonano un lamento funebre in dissolvenza: “per i corpi perduti nel blu profondo”.

A Maritime Haunting è uno spettacolo di una potenza inquietante, che ci riporta alla realtà di un mondo sempre più attraversato da violenze e conflitti, in cui masse di diseredati, spossessati di tutto, si muovono alla ricerca di un rifugio sicuro dove poter vivere dignitosamente.

Militarizzando i confini e criminalizzando le operazioni umanitarie di ricerca e soccorso, l’attuale politica dell’Unione Europea privilegia la legalità e la paura rispetto alla solidarietà e alla compassione verso queste persone.

di Bruno Milone

A Maritime Haunting
2 – 3 aprile 2026
 
Crediti
Ideazione e regia: Freya Powell 

Ensemble: Natasha Walfall, Shanna Iglesias, Allison Gish, Joy Tamayo, Sophie Delphis, Karina Parker-Mura 

Composizione corale: Samuel Lang Budin, Allison Gish, Joy Tamayo, Sophie Delphis, Karina Parker-Mura 
Sound design e missaggio: Quentin Chiappetta