Questa crisi durerà anni! Finalmente un po' di stabilità.
(Altan)De Capitani dirige la compagnia dell’Accademia Silvio D’Amico.
Si parla di soldi nascosti nelle scarpe, furti di biciclette, banco dei pegni, procedure di insolvenza, di banche che pignorano beni immobili e mobili di pregio, di agricoltori che mettono all’asta gli attrezzi da lavoro, di morti di fame che questuano lavoretti e di ingegneri disposti a fare qualsiasi lavoro, di celebri scrittori disoccupati e di aspiranti musicisti finiti a occuparsi di security, di file di nuovi poveri negli uffici della previdenza sociale e di taciti accordi familiari mirati a rimediare un qualche sussidio. E poiché alla crisi nessuno trova soluzioni, si va in cerca del capro espiatorio e si dichiara guerra all’ancora più povero, al negro, all’ebreo, al diverso, contro cui si levano parole di odio.
E siccome “più la gente è nei guai meno si ferma a pensare”, e siccome “tutte le nostre relazioni sono basate sui soldi”, e siccome “finché c’è il capitalismo ci sarà sempre una guerra”, si frequentano prostitute e strozzini e si spera di rimediare lavoro in una fabbrica d’armi o di aerei militari.
Intanto dalle finestre si vede una nuova Calcutta: gente che dorme nelle scatole di cartone, ex benestanti caduti in disgrazia ritrovatisi sul lastrico dall’oggi al domani.
E mentre si sente dire che la verità è persuasione e che basta convincersi che lunedì è venerdì, mentre i miserabili partecipano a concorsi a premi collezionando punti su scatole di fagioli, mentre i negozi sono vuoti perché il potere di acquisto si è completamente annullato, c’è chi pensa di costruire il Ponte sullo Stretto.
Ah no, l’Empire State Building.
Perché stavamo parlando dell’America della Grande Depressione. Di quando, nel bel mezzo della crisi del ’29, si gettavano le basi per costruire il più alto grattacielo del mondo.
Si parla anche di questo ne L’orologio americano, dell’America tante volte raccontata da Arthur Miller – da Morte di un commesso viaggiatore del 1949 a Il prezzo del 1968 – la stessa America che ritorna in questa opera del 1980 che, rispetto alle prime due, esce dai confini della famiglia e guarda all’intero Paese.
La famiglia è qui il nucleo attorno al quale ruota un mondo di disperati o diversamente speranti che con “l’immaginazione cercano di spazzar via la grande depressione”, animati da quella “strana speranza che viene quando non c’è più speranza”.
Questo spaccato di storia passata che ci si rovescia addosso come tanti pezzi di vetro rotti in cui rispecchiarci, è raccontato in modo formidabile dallo spettacolo diretto da Elio De Capitani, con diciotto neodiplomati dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.
Un lavoro dichiaratamente brechtiano e in scena un lavorio precisissimo di accordi e concentrazione dove De Capitani immagina un circo colorato con tanto di tendoni, teatrino, sipari, sgabelli multifunzione (Carlo Sala), animato da figure clownesche che sotto maschere, costumi, parrucche e trucco pesante nascondono e rivelano donne e uomini che non si riconoscono più.
E ce lo raccontano con una chiave espressionistica spinta secondo i dettami più solidi di teatro epico, fatto di convenzioni, sdoppiamenti per esprimere il conflitto o il dialogo interiore, attori che presentano i rispettivi personaggi, distribuzione di battute di un solo personaggio tra due attori diversi, in compresenza, giochi di parole dove per esempio Ohio diventa ahioe pronunciato da un disperato ingaggiato nell’esercito della salvezza con il mal di schiena, falsetti e voci alterate che mutano non appena si solleva la maschera per lasciare che sia lo stato d’animo a raccontare: la vergogna di un padre che chiede al figlio un prestito per il biglietto del tram e l’imbarazzo di un figlio che confessa di non riuscire a guardarlo negli occhi. E poi quelle frasi buttate lì per riempire il vuoto o per rinviare la risposta che più di tutte fa male, tipo ‘cosa intendi quando dici che l’università costa 400 dollari’. Cosa intendi.
Anni e anni di soldi buttati al vento e ora che ce ne sarebbe bisogno non ce ne sono per far studiare tuo figlio. E tocca cambiare quartiere, lesinare piccoli aiuti a chi sta peggio di te pur sapendo bene che “avere fame e morire di fame sono due cose diverse”. Perché accanto alla guerra tra i poveri si sfiorano attimi di solidarietà commuovente che mi hanno fatto tornare alla mente la chiusa di Furore di Steinback: quando un po’ di latte destinato a un neonato viene donato a un uomo che sta per morire di fame.
Invece alla madre piena di sensi di colpa per non poter garantire l’università al figlio è toccato vendere il pianoforte.
Con la scena del pignoramento del pianoforte in miniatura siamo dentro Brecht che di più non si può e i due movimentatori del caso se la cavano assai bene nel farci sentire il peso e la fatica.
Ma sono bravi tutti questi diciotto neodiplomati, sono maturi oltreché ammaestrati a dovere e fanno ben sperare in un teatro dove non ci si accontenta, dove non c’è approssimazione ma tanto lavoro, tecnica, voce, attenzione al corpo e alla simbiosi tra i corpi, dove c’è ascolto, prontezza di riflessi, dialogo in atto con le musiche originali suonate dal vivo da Mario Arcari.
Sicuramente ci sono giorni e giorni di prove e si vedono tutte, prove che hanno ben oliato le maglie dell’ingranaggio a cui abbiamo assistito.
Dalla scena iniziale, sorta di quadro d’insieme, un fermo immagine in cui ciascuno rivela con il costume e la maschera il proprio sogno “venduto come l’intero Paese su un tavolo da gioco”, fino alla fine. Quando ci si domanda se tutto questo potrebbe mai succedere ancora.
Siamo nel 1929 guardato mezzo secolo dopo e la domanda già suonava retorica. Oggi, a quasi un secolo di distanza, siamo qui a ripeterci ancora che “non c’è limite alla stupidità umana e all’avidità”.
Lo spettacolo ha debuttato in prima assoluta al Teatro Vascello di Roma il 14 ottobre 2026 e sarà in scena a Milano al Teatro Elfo Puccini dal 23 ottobre al 1° novembre 2026.
Foto: Manuela Giusto
di Alessandra Bernocco
“L’orologio americano” di Arthur Miller/traduzione Cristina Viti/regia e drammaturgia Elio De Capitani/scene, costumi e maschere Carlo Sala/arrangiamenti e musiche originali eseguite dal vivo Mario Arcari/con gli attori della Compagnia dell’Accademia: Angelica Barelli, Alessandro Buono, Melissa Del Carmen Chaigan, Chiara Casarin, Laura Cestaro, Flavio D’Andrea, Edoardo De Padova, Anna Demichelis, Luca Duarte Di Gangi, Vittorio Maria Mearelli, Giorgio Petrotta, Gabriele Maria Pizzurro, Caterina Rugghia, Pietro Saccomani, Nicola Tagliatori, Chiara Tognarini, Chiara Trombini, Nicola Vantaggi/luci Nando Frigerio/suono Hubert Westkemper/assistente alla regia Alessandro Frigerio/produzione Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, Teatro dell’Elfo
