Quando qualcuno parla di Israele con ammirazione, io sento che sto dall’altra parte. Ho capito a un certo punto, forse tardi, che gli arabi erano poveri contadini e pastori. So pochissime cose di me stessa, ma so con assoluta certezza che non voglio stare dalla parte di quelli che usano armi, denaro e cultura per opprimere dei contadini e dei pastori … Gli uomini e i popoli subiscono trasformazioni, rapidissime e orribili. La sola scelta che a noi è possibile è di essere dalla parte di quelli che muoiono o patiscono ingiustamente. Si dirà che è una scelta facile, ma forse è l’unica scelta che oggi ci sia offerta.
(Natalia Ginzburg, Gli ebrei, La Stampa, 14 settembre 1972)
Un vecchio professore in un campo di concentramento. Ha in mano un libro, unico sollievo, unica consolazione. Tenta di leggere ma gli occhiali gli cadono a terra. Passa il carceriere, nazista, e lo guarda con disprezzo. Il vecchio guarda il carceriere, supplicante. Il carceriere gli pesta gli occhiali e se ne va. Forse si volta per rincarare lo sfregio, forse sputa. Dal prigioniero nemmeno un segno di resa. Fine della scena. Fine di tutto. Fine.
Scelta la colpa, non c’è redenzione. Non c’è più nulla che assomigli all’umano. Il prigioniero è annientato, il carceriere pure. Quel piccolo impercettibile gesto di chinarsi a raccogliere gli occhiali di un vecchio, di porgergli il solo strumento per continuare a esistere, non è stato fatto. Appositamente. E così è morto lo stesso aguzzino. Suicida davanti ai miei occhi di ragazzina.
Non so se il mio ricordo è proprio fedele alla scena, non so se si trattava di un film o di un documentario. Certo è cosa di tanti anni fa. Prima di Schindler’s list, molto prima. Amici cinefili e critici di cinema mi confermano che la scena esiste, non me la sono sognata né è la visionaria elaborazione di pagine lette.
Una scena sospesa nella memoria, isolata. A cui non pensavo da tempo. Quella che evidentemente mi aveva colpito di più in un racconto di guerra, deportazione, prigionia, morte. Non i bombardamenti, non i vagoni piombati, forse nemmeno le camere a gas.
Ma quel semplice gesto mancato che si sottrae al sistema, che può rivelare un residuo di anima in una pedina tra tante nella macchina della morte. Un labile segno di riscatto morale, l’innocenza che resta malgrado la colpa ontologica. Malgrado il trovarsi lì, dalla parte dei carnefici per puro destino, a eseguire come automi ordini altrui.
“Abbiamo soltanto eseguito gli ordini”. La difesa dei criminali nazisti di fronte al Tribunale di Norimberga.
Non siamo noi i veri colpevoli. Siamo stati costretti, potevamo soltanto ubbidire.
Questa scena mi si è ripresentata tante volte di fronte allo sterminio metodico di un popolo inerme. Sterminio perpetrato da uno Stato democratico: ritenuto democratico, sedicente democratico, benché una Costituzione non se la sia mai data.
Quanti soldati abbiamo visto “pestare gli occhiali” a un povero vecchio quando sarebbe bastato raccoglierli?
Dove finisce la soggezione a un ordine dato a cui non ci si può ribellare e dove comincia il piacere perverso nell’eseguirlo?
Intendo proprio il piacere di fare e vedere soffrire, di infliggere senza ragione una pena ulteriore. Un piacere che va oltre la complicità nel progetto diabolico di annientamento di un popolo, oltre il disegno di espansione coloniale sulle macerie ancora fresche di una civiltà che resiste, anche oltre la fede messianica nel popolo eletto.
Il piacere che nasce dall’altrui sofferenza, il godimento, il sollievo cercato nel dolore dell’altro, è il punto zero in cui precipita l’umanità, la decomposizione dell’anima, la malattia mortale che travolge il carnefice insieme alle vittime, verso l’inferno. La fine del mondo.
E a Gaza troppe volte abbiamo visto il mondo finire.
Bombardati noi, non dalle bombe ma dalle immagini che arrivano come pallottole di una mitragliatrice, possiamo scegliere se difenderci o se restare. Se restare in silenzio o provare a dire qualcosa, a fare qualcosa: diffondere le testimonianze di chi è lì per soccorrere, rischiando la pelle, scendere in piazza, sventolare bandiere, suonare campane, gridare free Palestina, lanciare messaggi con i nostri corpi incolumi, volontariamente sottoposti a rinunce irrisorie, ma che basterebbero a sfamare una classe intera di bambini affamati, mandare un aiuto se ce lo possiamo permettere. Scrivere due righe per cercare di capire come si arriva a scegliere la fine del mondo.
Quale tarlo si annida nella mente di un uomo che istruisce un bambino a pestare il cibo destinato agli affamati?
La scena che sancisce la fine del mondo.
Ancora più dei soldati in posa con i peluche dei bambini ammazzati, esibiti come un trofeo, del cinismo ostentato di cui vanno fieri, dei civili in festa che allestiscono il barbecue a due passi dai lager, persino delle soldatesse che ballano a missione compiuta, più degli spari a vista sui disperati in fila per un pugno di riso, delle costole che si contano sotto la pelle sempre più livida e trasparente, dei corpi dilaniati, degli arti amputati. Ancor più degli occhiali pestati al vecchio professore, è questa la scena che mi ha impressionato di più.
Bambini. Bambini in divisa, con tanto di kippah, che prendono a calci le scatole di cibo per chi sta morendo di fame, soltanto perché non fa parte del popolo eletto. Scatole di cibo come il pallone da calcio strappato agli avversari. Ma non stanno giocando, stanno uccidendo e purtroppo lo sanno.
Ma cosa mai gli avete insegnato? Perché qui siamo oltre il male assoluto: qui siamo ai proseliti del male assoluto. Oltre il contagio, siamo all’erudizione dei nati innocenti alla malvagità fine a sé stessa, una malvagità assolta a priori, anzi, perseguita come un valore, stolto segno di appartenenza, quasi un dovere morale a cui ottemperare con orgoglio e piacere.
Siamo allo stupro della coscienza dei figli per mano dei padri. Ma è la dannazione della vostra progenie. Gli state insegnando a pestare gli occhiali di un vecchio, a intralciare il cammino di un cieco, a buttare l’acqua di un morto di sete, a gettare benzina sulle ferite. Gli state insegnando che è giusto così, gli state insegnando a pensare che è giusto così. E che il male assoluto può generare piacere. E che sulla morte si può festeggiare.
State mandando i vostri figli all’inferno. I vostri figli, nati ebrei per destino e non mussulmani, cristiani, taoisti, buddisti. Perché il vero razzismo fa male a sé stessi.
E allora non resta che andare oltre alla razza, non resta che stabilire che l’altro da sé non appartiene al genere umano.
È questo quello che fate: disconoscere il vostro simile come essere umano: non umani loro, disumani voi.
Eppure si è sollevato il mondo intero, ve lo stanno urlando i vostri civili – attivisti, pacifisti, dissidenti di uno Stato genocida di cui non vogliono essere parte -. Sono scesi in piazza contro di voi, loro, insieme alle immagini dei bambini palestinesi che avete ammazzato a centinaia e che state continuando a lasciare morire. Non in loro nome. Non in nostro nome.
di Alessandra Bernocco
