Tutto quello che resta di te, storia vera di una famiglia palestinese

Io sono il mare/Nei miei abissi giacciono tesori/Chi ha chiesto ai sommozzatori delle mie perle/Guai a voi! Io perisco e con me svanisce la mia/Bellezza, ma la vostra cura è la mia medicina/Non mi dimenticate con lo scorrere del tempo/Poiché temo che questo condurrà alla mia rovina

(La lingua araba di Muhammad Hafiz Ibrahim)

La realtà ci ha preparati alla finzione. Ad accogliere la verità della finzione senza domandarci se i fatti raccontati sono reali, verosimili o inventati di sana pianta, frutto di un’elaborazione fantastica che della finzione si serve per esprimere idee, giudizi, punti di vista. La realtà ti prepara a riconoscere la vita e l’esperienza altrui al di qua dei filtri della narrazione.

Le immagini del genocidio che quotidianamente ci arrivano attraverso i media, le testimonianze in diretta di operatori e giornalisti scampati alla furia omicida dell’esercito israeliano, ormai si rincorrono. Nessuno può fingere di non sapere, nessuno si può più nascondere.

Non scriverò qui quello che è sotto gli occhi di tutti. Scene che mai e poi mai avremmo immaginato possibili ci sbattono in faccia quello che è un genocidio in atto, sistematico e meditato, l’ultimo atto del progetto sionista che ha radici lontane.

E se la sterile accusa di antisemitismo rivolta a chi non si capacita delle ragioni sioniste, lascia ormai il tempo che trova, quella di ignorare la storia e le cause che muovono il popolo eletto, vanta i suoi bravi sostenitori.

Siamo ignoranti, non conosciamo la storia. Non abbiamo studiato abbastanza. Pace. Io intanto provvedo a colmare qualche lacuna, affidandomi (anche) alle storie raccontate e vissute in prima persona. Storie di vita, di famiglie, di appartenenza a una terra da generazioni e generazioni.

Quella della grande famiglia di Cherien Dabis, confluita nell’autografo film Tutto quello che resta di te ((All That’s Left Of You) è una di queste.

Regista, attrice e autrice palestinese-americana pluripremiata, Cherien Dabis è al suo terzo lungometraggio, dopo Amreeka, del 2009, e May in the Summer, del 2013, entrambi costruiti intorno alle vicende di un personaggio femminile: una madre palestinese cristiana, immigrata negli Stati Uniti per un fortunoso e imprevisto passaggio del destino, il primo; una scrittrice palestinese-americana che torna a casa per riconnettersi con le sue radici, il secondo.

Due operazioni chiaramente suggestionate dalla biografia dell’autrice, ma non espressamente autobiografiche, che percorrono  la vita di due donne così come potrebbe o sarebbe potuta essere la vita di altre donne palestinesi immigrate negli Stati Uniti, in questo millennio o poco prima, divise tra il Paese di approdo, non sempre accogliente e libero da pregiudizi, e la nostalgia per la terra natale.

L’autobiografia diventa invece dichiarata in Tutto quello che resta di te (distribuzione Officine UBU), nelle sale dal 25 settembre e presentato in anteprima a Roma e Milano, dove l’autrice ripercorre l’epopea della sua grande famiglia, dal 1948, anno del massacro di Jaffa, ai giorni nostri.

la regista palestinese: Cherien Dabis

Famiglia colta, emancipata, amorosa, originariamente composta da padre, madre, due figli maschi e una figlia femmina. Una di quelle famiglie dove si nasce privilegiati e benestanti. Dove si vive in case meravigliose, costruite in mezzo a ettari di aranceti coltivati con cura, tra favole della buonanotte e poesie imparate a memoria, recitate attorno alla tavola all’ora di pranzo. Dove si conduce una vita serena e si coltivano i valori della cultura e del rispetto.

Finché non è il rumore delle bombe ad avvertire i bambini che qualcosa sta per cambiare. I grandi lo sanno già. La madre vuole scappare per proteggere i figli, il padre vuole restare a presidiare la casa e il loro futuro. Questa è la nostra casa. I coloni non mi cacceranno di casa.

E invece.

Invece assistiamo a una di quelle scene che ricordano certi fotogrammi dei film sull’Olocausto. Sui rastrellamenti dei ghetti, sulla deportazione, sui lager. Una forza bruta che irrompe a sconquassare la quiete domestica, interrompendo il tran tran quotidiano di una famiglia unitissima. Succede dieci anni dopo le leggi razziali, tre dopo l’apertura dei cancelli di Auschwitz. Israele ha trovato i suoi ebrei sui quali esercitare il contrappasso.

Il film è il progressivo smascheramento, dal punto di vista della vittima, dell’arroganza del carnefice. Uno Stato autoproclamatosi tale senza essersi dato una Costituzione, che si insedia nel territorio di un altro, nelle case ammobiliate, con le tavole apparecchiate, cibo, libri e letti ancora caldi. 

E lo fa mandando avanti schiere di pedine sciocche e cattive, istruite alla perfidia, all’odio, alla violenza, pedine svuotate di anima, indottrinate  a compiere il male per volontà superiore. Pedine armate, esercitate a uccidere. Oppure a divertirsi, a giocare alla guerra, a puntarti in fronte il fucile carico per il puro piacere di terrorizzare, umiliare, prevaricare, distruggere. E poi, magari, per una volta, lasciarti andare, tu, la tua vergogna, la disperazione, tuo figlio bambino che ormai ti guarda come un traditore, insieme all’eco della loro risata. Grassa, strafottente, sguaiata.  

“Io sono un terrorista e tua madre una puttana”. Mitragliatrice alla fronte, hai dovuto tradire per salvarvi la pelle.

E tuo figlio è troppo piccolo per capire, troppo ferito per perdonare, troppo turbato per dimenticare.

Questa è una scena che non avrei creduto essere vera se non avessi chiare e presenti le immagini che ormai fanno parte degli aggiornamenti da Gaza, finché  sarà ancora possibile far uscire da lì qualche notizia.

La fotografia, in tutto il suo orrore,  del livello di abbrutimento (o di endemica brutalità) dei soldati di uno Stato sedicente democratico, civile, evoluto. L’unica democrazia del Medioriente.

Che oggi spara in fronte ai bambini e poi brinda al valore esibendo i loro peluche come trofei di guerra.

Lì eravamo alla fine degli anni ’70, seconda generazione, posto di blocco in un campo di rifugiati in Cisgiordania. Coprifuoco annunciato rinviato sospeso no altolà era tutto uno scherzo.

Questo era il clima, venticinque anni dopo la deportazione da Jaffa, lontano da quel paradiso di mare, natura e cultura che il padre, allora bambino, portava nel cuore.

Il paradiso che il piccolo, terza generazione, non ha mai conosciuto, se non attraverso le storie e le canzoni del nonno, piene di bellezza e nostalgia.

Il vecchio nonno, colui che nel ’48 non voleva lasciare la casa per non smarrire il futuro, il nato ricco, integro, gentile; l’uomo colto che aveva alzato le mani all’altolà dei soldati che avevano fatto irruzione nei suoi aranceti, schernendolo; il giovane padre che si era ritrovato da solo, in prigione, filo spinato e lavori forzati; il profugo ricongiunto alla famiglia in una misera stanza lontano da casa; l’anziano disorientato, che vaga di notte come un sonnambulo, dimentico del presente e ben saldo al passato, ora racconta al nipote dei bei tempi che furono, della libertà che non era un miraggio, della patria perduta e mai più ritrovata.

E siamo al contagio. Il contatto tra la prima e la terza generazione. Il cortocircuito. La chiusura del cerchio.

Il vecchio nonno alleva il nipote alla nuova resistenza. È il 1988.

Quello che segue, nella realtà, lo conosciamo. Quello che il film ci racconta non è un’altra realtà, ma la realtà viscerale di una famiglia che è riuscita a resistere: non soltanto sul fronte politico, ma scontando il dolore più atroce, la più ingiusta delle ingiustizie. Eppure da questo dolore, da questa ingiustizia, ha partorito una giustizia nuova, evoluta, solidale, che non si appaga della vendetta ma cerca il riscatto laddove è possibile.

La tragedia da storico-politica diventa tragedia umana e di fronte alla tragedia umana si può scegliere la morte e soccombere oppure la vita che resta, l’ostinazione a non lasciarla scappare.

Non c’è retorica per il semplice fatto che si tratta di vita vissuta, non c’è autocelebrazione perché l’autobiografia non è mai ribadita. C’è lo strazio di due genitori a cui hanno ammazzato un figlio adolescente che manifestava per la libertà del suo popolo, che hanno saputo trasformare le Erinni in Eumenidi.

In questo film che racconta la storia di una grande famiglia palestinese, la tragedia umana diventa fondativa  di un ordine nuovo.

E ci scaraventa addosso la nostra bruttezza.

“Prima ci ammazzano e poi pretendono che gli salviamo la vita”. Ecco, di fronte a questa umanissima reazione del padre, in preda alle Erinni, al capezzale del figlio in coma irreversibile, io, in cuor mio, avevo applaudito.

Invece il suo cuore ha sterzato lasciando una dritta a chi la vuole ascoltare: sulla responsabilità delle scelte, sulla libertà mai esente dall’imputabilità della colpa. Anche quando la colpa è omissione di azioni che possono salvare un nemico.

Già, ma poi chi è il nemico. “E cosa succede quando il passato non è ancora passato?”

di Alessandra Bernocco

Tutto quello che resta di te/Un film di Cherien Dabis/con Cherien Dabis, Saleh Bakri, Adam Bakri, Maria Zreik, Mohammad Bakri