Tindaro Granata è il malato di Molière

Se dovessimo tollerare negli altri tutto quello che permettiamo a noi stessi, la vita sarebbe insopportabile.

(Georges Courteline)

 “Cosa deve fare un commediografo se non stanare i vizi?”. È la domanda che Molière rivolge a Re Luigi XIV in una lettera schietta e accorata, inserita nella drammaturgia de Il malato immaginario diretto da Andrea Chiodi con l’adattamento di Angela Dematté. 

Siamo circa a metà spettacolo quando Argante interpretato da Tindaro Granata diventa per un attimo il suo stesso autore, con tanto di parrucca secentesca indossata a vista per ribadire al pubblico la convenzione già chiara fin dall’inizio. Il teatro nel teatro: nel teatro: nel teatro. Nessun dubbio sul fatto che la regia giochi esplicitamente con il metalinguaggio, in un dentro fuori che rimbalza di scena in scena.

Dunque Tindaro Argante diventa Tindaro Molière, il  Molière che quell’Argante lo ha partorito, non proprio a sua immagine ma con tante somiglianze.

Ipocondriaco come si sa e irriverente quanto basta per non mandarle a dire nemmeno a sua Maestà. Compiacente per necessità e quindi rassegnato a inframmezzare un atto e l’altro con balletti e scenette di cui avrebbe volentieri fatto a meno. Ma pare che al Re garbassero molto e toccava accontentarlo. Una specie di “va bene mi adeguo ma non sono d’accordo”. Succede.

Foto Luca Del Pia

Ma viceversa succede che una volta inseriti gli intermezzi al posto loro, proprio tra le righe di quella lettera medesima, inveisse con i teatranti che accondiscendevano facile ai dubbi gusti dei committenti, nessuno escluso, finendo  per giocarsi favori, commissioni e protezione.

Insomma, tra i vizi da stanare non c’erano soltanto avarizia, malafede, ipocrisia, ipocondria, medici incapaci, profittatori e venali, ma c’erano anche il teatro e i teatranti supini a quelle che oggi si chiamano regole di mercato. Il marketing.

Ecco allora che si spiega quel siparietto a inizio spettacolo dove un’attrice certamente ironica e decisamente in carne, fa la sua passerella in guepière, alternando passi di danza a buffi silenzi molto molto compresi, fissando dritto il pubblico, tipo teatro da vecchia avanguardia, quando più stavi zitto più avevi anima da buttare fuori.

La farsa. Anzi no: la metafarsa. E dopo  la prima attrice, uno alla volta, l’intera compagnia, tutti insieme, guepière e costumi tipo avanspettacolo (Ilaria Ariemme), in fila, spalle al sipario, a esibirsi in coreografie minimali a cui dovevano mostrare di credere molto: di essere in parte.

Ph-Luca Del Pia

Finché il sipario quasi trasparente non cala e il pruriginoso ti vedo non ti vedo mostra quella che sarà la scena di tutto lo spettacolo.

La vasca da bagno lì pronta per accogliere Argante che mentre si spoglia nudo e crudo impreca contro “il teatro contemporaneo in cui si mettono tutti nudi: una merda”.

E di qui le battute procedono in modo sostanzialmente filologico, mettendo al centro un personaggio che è sì ipocondriaco, ma soprattutto ricettacolo di malessere collettivo, fino a coincidere con la malattia. Argante è la sua malattia e la sua malattia è la corazza che lo protegge dal resto del mondo e insieme lo espone, alimentando un circolo vizioso in cui tutti i personaggi sono variamente implicati. Mentre lui, il malato, è una specie di radar che somatizza, irriso e nutrito da chi campa comodo sulle sue fobie.  

La moglie, innanzitutto. Prima ancora dei medici è lei che appare la più avida e priva di scrupoli. Ridicola, anche, combinata come una matrona attempata che si lascia chiamare mammina, si fa  beatamente gioco del suo edipo irrisolto (e con le donne Molière ha avuto un bel po’ di problemi, dalla madre morta precocemente al matrimonio con la figlia della sua prima amante, strategicamente spacciata per la sorella).

È un aspetto particolarmente insistito di questo allestimento l’edipo di Argante, a cui Granata risponde da par suo, divertito, sicuramente e differendo nel corpo e ancor più nella voce, le relazioni con gli altri personaggi.

foto di Luca Del Pia

Presenze incombenti che presiedono alla sua malattia o che inutilmente ne invocano la guarigione.  

Il registro è per tutti sopra le righe, con una punta più su per gli stolti e i cattivi, puniti, si fa per dire, con indicazioni che vanno oltre la satira, verso una palese ma non meno perfida presa per i fondelli.

Oltre alla moglie Belina di Alessia Spinelli (la stessa attrice della passerella) ci sono i dottori di  Emanuele Arrigazzi, tutti e tre, a rafforzare l’idea che siamo di fronte all’esasperazione di un unico topos, e il promesso sposo di Ottavia Sanfilippo, vera e propria macchietta che consente all’attrice di giocare al rialzo nella gara a chi è il più scemo di tutti.

La partita però si gioca con l’altro fronte, con coloro che illusi lavorano per il disincanto, i veri possibili guaritori inascoltati: Berarlo, fratello di Argante, interpretato da Angelo Di Genio, impegnato in un perdente testa a testa tra il buon senso e la fobia; la figlia Angelica (Emilia Tiburzi) ovvero la sincerità e la buona fede, disarmata, sprovveduta, divisa tra l’obbedienza al genitore e la devozione al suo Cleante (Nicola Ciaffoni) e su tutti la serva Tonina, la stratega dalla parte giusta, anche questo un topos che lascia alla regia e all’interprete grande libertà di spaziare. Qui incarnato con grande efficacia da Lucia Lavia, Tonina è seduttiva, arguta, autorevole e in continuo movimento, preciso contraltare di Argante, che si muove avanti e indietro tra la vasca e il wc, sostando soltanto per questuare medicine, purghe e ricette.

foto di Luca Del Pia

La scena (Guido Buganza) e le luci (Cesare Agoni) rimandano sostanzialmente a una stanza da bagno dove si espletano le fisiologiche funzioni di abluzione e purificazione, rappresentazione simbolica della sua mente, ovvero la malattia: immaginaria sì ma esposta senza remore al pubblico ludibrio.

In sala si ride ma si prova anche quella latente sensazione di imbarazzo misto a vergogna, un serpeggiante fastidio che nasce dall’esposizione del corpo nella sua nudità, che non è solo fisica e che è anche la nostra.   Una sensazione che Molière non risparmia mai, e nel Malato, con tutti quegli odori e quelle viscere in funzione, viene persino amplificata.

di Alessandra Bernocco

foto di Luca Del Pia

Il malato immaginario/di Molière/adattamento e traduzione Angela Dematté/regia Andrea Chiodi/con Tindaro Granata e Lucia Lavia e con Angelo Di Genio, Emanuele Arrigazzi, Alessia Spinelli, Nicola Ciaffoni, Emilia Tiburzi, Ottavia Sanfilippo/scene Guido Buganza/costumi Ilaria Ariemme/musiche Daniele D’Angelo/luci Cesare Agoni/consulenza ai movimenti  Marta Ciappina/assistente alla regia Elisa Grilli/produzione Centro Teatrale Bresciano/in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura, Viola Produzioni Roma

La foto in prima è di Laila Pozzo.

Lo spettacolo, visto alla Sala Umberto di Roma il 25 gennaio 2026 continua con la seguente tournèe: 7-8 febbraio, Carrara, Teatro Animosi/10 febbraio, Pavullo, Teatro Mac Mazzieri/11 febbraio, Novellara, Teatro Comunale/16 febbraio, Castelfranco Emilia, Teatro Dadà/18-19 febbraio, Como, Teatro Sociale/20-22 febbraio, Ferrara, Teatro Comunale/20-26 aprile, Milano, Teatro Grassi

foto di Luca Del Pia